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23/10/2019

Una Gita Fuori Porta

24/8/2012

24 Agosto 2012, h 19.27 - Nanni

Venedi' 17 Agosto ci siamo presi una giornata di sosta. Ci e'stata promessa una guida e un numero adeguato di "quad", quelle moto a quattro ruote motrici, per esplorare i dintorni. Il giorno del nostro arrivo Joseph, Economic Development Officer di Gjoa Haven, ci aveva portato a visitare le tracce di antichi accampamenti di eta' e origine ignota che aveva scoperto da poco vicino al villaggio. Mentre stavamo esaminando con lui quei resti, ha accennato all'esistenza di alcune tombe che aveva individuato a qualche distanza da qui e di cui non ricordava bene la posizione e oggi ci muoviamo per cercarle. Sara' una gita costosa, ma non discuteremo la somma richiesta ben consapevoli di essere una delle poche fonti di reddito turistico del posto. La nostra guida e'un giovane Ranger Inuit.Neanche lui conosce la posizione esatta delle tombe, ma si sente in grado di trovarle. Proviamo i quad, maneggevoli, ma non molto comodi da starci in due. Ci sono adesivi chiari e ripetuti che avvisano di non salire mai in due su un quad (che loro chiamano Honda) Non abbiamo pero' altra scelta che disattendere l'avviso. Siedo dietro a quello guidato da Paolo, mentre sull'altro salgono Roberto e Silvano. Salvatore, saggiamente, rimane a Gjoa. E' un andare a salti e scossoni fin dall'inizio sulle strade sterrate e polverose di Gjoa. Ci muoviamo oltre l'aeroporto con la nostra guida che procede davanti su un quad a due posti insieme a suo figlio. Entrambi sputano in continuazione getti di saliva sui piedi loro e nostri, masticano tabacco? Leggermente disgustoso. Ci dirigiamo a nord sulle colline. In realta' non si potrebbero definire colline. La terra e' brulla: non ho mai visto nulla di simile in tutta la mia vita, neppure nell'estremo nord. Ci muoviamo ora su piste che sono usate spesso per raggiungere dei capanni da caccia, nessuno dei quali in vista. Il terreno e' ondulato, coperto da erba e dove questa e' piu' fitta significa che c'e' una palude col fondo di fango. Queste chiazze sono distribuite un po' a caso, qualche volta perfino sulla piatta sommita' di un'altura, cosi' come i numerosi laghi e pozze che si vedono dappertutto. Non ci sono animali di sorta in vista. Le Honda saltano selvaggiamente sulle asperita' delle tracce e la mia schiena mi duole dove me la sono rotta secoli fa. Raggiungiamo una zona rocciosa e ci fermiamo per riposare. Qui il terreno e' piatto e le rocce grigio chiaro sono divise da fratture regolari che creano una griglia che sembra quasi artificiale. E' il risultato dell'erosione chimica e del gelo. La loro superficie e' rugosa perche' gli acidi delle erbe e dei muschi vi hanno scavato delle coppelle con bordi affilati. Li' vicino c'e'una specie di strada di roccia, sulla quale qualcuno in un passato ormai dimenticato ha eretto una serie di pietre, che mi ricordano i cromlech della Bretagna. Alcune lastre si appoggiano a vicenda somigliando ad angoli di stanze, altre sono ritte secondo allineamenti e la loro direzione generale, per quanto sia possibile stabilirlo da noi, e' nord-sud. Ci poniamo nelle nostre menti domande senza risposte. Sfrutto la sosta per chiedere a Paolo di lasciarmi la guida per il resto del viaggio. Roberto e Silvano si alternano alla guida ogni pochi chilometri: star dietro e' dura per la colonna vertebrale! Poco dopo la ripartenza attraversiamo una zona paludosa e sia io che la guida rimaniamo impantanati. Ne esco col suo aiuto, ma poi tocca a me trascinarlo fuori dai guai. La natura del terreno cambia lentamente e noi lasciamo le tracce per avventurarci nella parte selvaggia. Ora procediamo sulle pietre, perche' l'erba e' sparita ed e' stata sostituita in parte da licheni e da qualche muschio. Le pietre sono molto irregolari e il terreno e' traversat da solchi ogni venti-cinquanta metri senza alcuna ragione di drenaggio. Mi immagino che siano il risultato del continuo scioglimento e ricongelamento del permafrost sotterraneo. Rendono il nostro andare particolarmente difficile, perche' ci costringono a rallentare e quasi a fermarci prima di attraversarli. Dobbiamo scegliere il nostro percorso con cura, perche' la nostra guida si porta spesso in avanti, abituata com'e' alla cosa, e noi perdiamo di vista la sue tracce, appena distinguibili come linee di pietre appena smosse. Il terreno ondulato ha dislivelli di non piu' di dieci metri, ma sono sufficienti per perdersi facilmente in questa terra senza forma. Il solo riferimento visibile in distanza e' la torre dell'aeroporto, lontana quindici chilometri, e dire che stiamo viaggiando ormai da tre ore! Ci viene naturale pensare alle sofferenze degli uomini di Franklin che cercavano di trovare la strada che li portasse fuori da quest'isola verso sud, trascinando le loro scialuppe per attraversare i bracci di mare e che stavano morendo avvelenati lentamente dal piombo delle scatolette di carne. Stiamo cerando ora di trovare le fantomatiche tombe in cima a una collina pietrosa, probabilmente una morena lasciata qui da uno degli infiniti movimenti della cappa glaciale del polo a tempo del suo massiccio scioglimento diecimila anni fa. Sulla cima ci fermiamo per un panino nell'assoluto silenzio e desolazione del posto. Nessun animale, nessuna persona, nulla che si muova. La nostra guida scruta intorno col binocolo in cerca di caribu' senza successo. Voleva cacciarne uno per la propria famiglia. Non conversiamo quasi. Non ci sentiamo di chiaccherare. Ma il paesaggio e' comunque affascinante. Siamo contenti di essere venuti: e' un'esperienza unica, cosi' lontana da qualsiasi altra provata in precedenza da esserne quasi sopraffatti. Cominciamo a guardarci intorno,fermandoci a ispezionare ogni cumulo di pietre un po' piu' grandi che possano anche lontanamente essere state erette dall'uomo per poi crollare sotto la spinta del ghiaccio e della neve. Non ce ne sono poi molti intorno e dovrebbero essere visibili nel paesaggio deserto. E' presto evidente che non siamo bravi a vedere le cose, perche' ci sfuggono molti dettagli che sembrano evidenti alla nostra guida. Ci pare di girare intorno in questo terreno difficile da sempre senza trovare nulla. Alla fine ci arrendiamo e ci dirigiamo di nuovo sula via del ritorno. Ora la stanchezza ci cade tutta addosso. Ci sentiamo esausti, specialmente Paolo che e' forzato a stare dietro sulla nostra Honda. Il cielo adesso e' pieno di oche che si radunano forse per migrare verso sud. Affrontiamo e superiamo le stesse difficolta' incontrate la mattina, ma ora viaggiamo molto piu' veloci, abituati ormai alle macchine. Tuttavia la strada per Gjoa Haven e' ancora lunga e quando la raggiungiamo dopo otto ore di gita siamo disfatti. Salvatore e' la' che ci attende, felice di aver evitato i dolori di schiena. Best Explorer e' sicura all'ancora e la raggiungiamo tutti insieme sul gommone, pronti per una ricca cena e per raccontare la sintesi della nostra giornata a Salvatore.
Un giornata che io, personalmente, non avrei perso per tutto l'oro del mondo. 

Friday the 17th of August we took the day off our duties. We were been promised a guide and a number of quads, those motorbykes with four wheels, to explore the surroundings. The day of our arrival Joseph, the Economic Development Officer of Gjoa, brought us to visit the traces of ancient camps of unknown age and origin that he discovered just a little while ago near the town. While discussing with him those remains, he mentioned the existence of a few graves at some distance from the village he was made aware of and now we are heading in their general direction. It will be a costly day, but we are willing to pay the requested amount as we know very well how little income can be made here from tourists. Our guide is a young Inuit Ranger. He doesn't know where the graves are but is confident to be able to find them. We try the quads: handy but not so comfortable to sit in two. There is a clear and repeated warning never to ride a quad with two people on it (they call them Honda). We have no choice but to do the opposite. I sit on the rear of our Honda while Paolo rides in front. On the other one there are Roberto and Silvano. Salvatore wisely stays in Gjoa. It is a bumpy ride since the beginning, on the dusty dirt roads of Gjoa. We ride past the airport with our guide in front of us with another two-seated one and his son with him. They both spit a jet of liquid every few words, is it tobacco they chew? Slightly embarrassing. We head north on the hills. Really they cannot be defined hills. The land is barren: I never saw something similar in my entire life, not even in the far north. We run on tracks often used to reach hunting huts, none of them visible in the distance. The ground is undulated, covered with grass and where this is lush it means that there is a swamp and the bottom is mud. Those patches are randomly distributed, sometimes even on top of a flat hill, likewise the many lakes, big and small, are visible everywhere. No animals are on sight. The Hondas jump wildly over the bumps of the tracks and my back hurts where I broke it ages ago. We reach a rocky area and we stop for a rest. The ground here is flat and the light grey rocks are broken along regular lines creating a pattern looking almost artificial. It is the result of chemical erosion and freezing. Their surface is rough as the acids of the grasses and mosses have dug small cups with sharp edges. There is a kind of rocky road nearby, on top of which someone in the forgotten past has raised a number of stones, reminding me of the Brittany cromlechs. A few slabs supporting each other seem corners of rooms, other are raised in lines and the general direction, as long as we can tell, is north south. Questions arise in our minds, without any answer. I use the stop to ask Paolo to let me drive from now on. Roberto and Silvano switch driver every few kilometers: being in the back is tough for the spine. Soon after our departure we cross a swampy area and both me and the guide get stuck in the mud. I get out with his help, but then I have to tow him out myself. The terrain slowly changes and we leave the tracks to venture on the wild. Now we run mostly over stones, the grass being gone and replaced sometimes by lichens and some mosses. The stones are uneven and the surface is crossed by ditches twenty to fifty meters apart with no apparent link to any water flow. I guess that they are the result of the thawing and freezing of the underground permafrost. They make our going difficult, as we have to slow almost to a stop before crossing them To go on we have to carefully select our path, because our guide, more used to the drive, is often far ahead and we lose sight of his tracks, barely visible as lines of slightly disturbed stones. The undulating ground has no more than some ten meters difference in height, but is enough to get easily lost in such a shapeless country. The only visible landmark is the airport control tower fifteen kilometers away, and we are driving since almost three hours! It is only natural to think of the struggle of Franklin's men trying to find their way out of this island and toward south, dragging their boats to cross the sea on the south and slowly dying of lead poisoning. We are now trying to find the phantom graves on top of a stony hill, a moraine left by one of the uncountable back and forward movements of the polar ice cap at the time of its massive melting ten thousand years ago. On top of it we stop for a snack, in the utter silence and desolation of the site. No animals, no human beings, nothing moves. Our guide searches the land with the binoculars for caribou without finding any. He wanted to shoot one for his family. Conversation is limited. We do not feel talkative. But the landscape is nevertheless fascinating. We are glad of being here: it is a unique experience, so far from any other we had before that it is almost overwhelming. We start looking around, stopping to inspect every mound of larger stones that could have been erected by humans and later crumbled under the action of ice and snow. There are not many around and they should be visible on the barren landscape. It is soon clear though that we are not good ad see things here, as we miss many details that look evident to our guide. We run around on a difficult ground it seems forever without finding anything. At last we turn back and head towards the return path. Now tiredness is coming over us. We feel exhausted, especially Paolo that is obliged to stay on the back of our Honda. The sky is now full of geese gathering, I think, before migrating south. We overcome the same difficulties we faced in the morning, but now we ride much faster as we got used to the machines. It is still a long ride back and when we reach Gjoa Haven after eight hours we are almost done. Salvatore is there waiting for us, glad to have avoided the pain in his back. Best Explorer is safely anchored and we get back to her all together in the inflatable, ready for a rich pasta dish and a summary of our day to tell Salvatore. A day the I personally would never had missed.

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