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23/10/2019

Tamurè

Dalle gradinate della sala riunioni si vede tutto il "palcoscenico", il suo spazio segnato da un fondale di tela giallo e rosso e da tre tappeti di foglie di palma posate per terra disposti a definire il limite del rettangolo verso il pubblico.
Questa sera gli allievi delle scuole di qui e di Fatu Hiva si cimenteranno in danze moderne e tradizionali.


A fronte di un modesto biglietto di ingresso, che ci viene stampato su un avambraccio, e di qualche cosa in più per il Kai Kai, cioè il pasto polinesiano, siamo ansiosi di vedere un po' di Polinesia vera: questo è spettacolo per loro, non per i turisti!
Mentre gustiamo pollo al limone con riso, o pesce crudo con verdure, o cibo cinese con spaghetti di soia, beviamo l'acqua dalle noci di cocco appena colte e ci guardiamo intorno curiosi di tutto.

 

 

La gente arriva alla spicciolata, ben in ritardo sull'orario previsto, ma nessuno mostra di spazientirsi. Matrone imponenti e sorridenti nei loro lunghi abiti leggeri e colorati, con il capo cinto da tiare di fiori e foglie intrecciati, ragazze in pantaloncini e maglietta con i bianchi e profumati fiori di frangipane fra i capelli, giovani magri e con l'aria fra lo spaesato e lo sfrontato, qualche vecchio dai capelli bianchi, bambini, innumerevoli bambini e noi turisti, accolti con estrema gentilezza, cui viene pazientemente spiegato come comportarsi col cibo, colle bevande e con l'ingresso.
Là sul lato più corto del rettangolo otto o dieci tamburi alti e intagliati ci portano immediatamente nel colore locale.
I suonatori sono tutti giovani, tranne uno. Alcuni dei ragazzi, aitanti, portano vistosi tatuaggi. Non quelli che si vedono da noi: qui, alle Marchesi, dove è nato questo tipo di tatuaggio, ognuno racconta la storia personale di chi lo "indossa". Molti, prima di farseli fare, se li disegnano da soli, in spirali che avvolgono avambracci e caviglie, che si avvinghiano dalle spalle alla vita e alle natiche, che coprono una metà del volto e l'altra metà del petto, e così via, integrandosi stabilmente nella tradizione locale.
Numerosi androgini si aggirano nella sala con i propri amici di entrambi i sessi, sorprendentemente, per noi, a loro agio, spesso molto belli/e ed eleganti, sempre flessuosi e armoniosi.
Un polinesiano tarchiato e solido con un'acconciatura di foglie di palma e una camicia rosso scuro si occupa un po' di tutto: sarà l'animatore della serata inaspettatamente allegro e vivace insieme a un donnone in un camicione lungo giallo canarino decorato da disegni rossi, con l'incedere da regina, che tradurrà in francese i discorsi polinesiani dell'omone.
Ecco: siamo al completo. I tamburi cominciano a rullare ed è subito emozione forte: battuti coi palmi delle mani a ritmo incalzante fanno vibrare il ventre e il cuore con l'intensità del ritmo e la profondità del suono basso e intenso, che con grande disappunto scopriremo di non esser riusciti a registrare.
Non assomigliano ai ritmi omogeneizzati delle nostre discoteche: sono primitivi, primordiali, sorgono dalle viscere della terra e dal cuore degli alberi di mango, di papaia, del frutto del pane, dai pandani, dai frangipane, dalle palme da cocco, dagli altri, giganteschi e senza nome di cui questa terra è ricchissima e ricoperta.
Entrano in scena le ragazze: saranno ondate di giovani, snelle e grasse, sorridenti, flessuose, col capo ornato da fiori e foglie, coi gonnellini di paglia, con sottane di tela colorata, con bandane intorno ai fianchi, poi con jeans, pantaloncini, magliette, insieme ai loro compagni maschi, da sole, in gruppo in una continua sarabanda ritmata dai tamburi e dalla dolce e melodiosa musica polinesiana, accompagnate dal canto, che cantano loro stesse, stimolate da grida acute e penetranti, sudate e ansanti alla fine delle danze, contente sempre della loro prestazione.
Siamo affascinati dal movimento delle loro anche, incessante, lento, più veloce, impossibilmente rapido, senza che il corpo si muova, quasi neppure l'ombelico, sostenuto dalle gambe flesse ad ammortizzarne l'oscillazione, sulle punte dei piedi nudi, nudo il ventre e la schiena, nude le braccia e le gambe, erotico senza essere volgare, emanante vitalità e gioia dalle punte delle dita dei piedi a quelle delle mani.
Non importa se la ragazza, per i nostri gusti, è sovrappeso, non importa se è magra come uno stecco o se è giovanissima: la grazia, la sensualità è la stessa, solo differente nella sua maturità e nella sua malizia.
E poi: i giovani guerrieri!
Che forza, che energia, che ritmo, che meraviglia! Una danza di guerra, forse, perché naturalmente non capiamo una parola e le presentazioni non sono ritenute necessarie.
Simile forse a quelle Maori, ma meno aggressiva, più elegante. Le gambe e le braccia ornate dalle barbe dei muschi che crescono sugli alberi della foresta pluviale, colte apposta per l'occasione, i petti tatuati, i muscoli torniti e luccicanti di sudore, il capo ornato da corone di foglie di palma e sopra e dietro tutto il ritmo incalzante e velocissimo dei tamburi.
Si muovono a balzi, quasi sempre flessi come se si preparassero a colpire l'avversario, i muscoli contratti, le espressioni intense, le grida basse e roche all'unisono che ti risuonano nel petto e ti fanno voglia di gettarti insieme a loro sul palco per raggiungere la battaglia, se solo ne avessi la capacità. Siamo senza fiato. Lo abbiamo trattenuto a lungo, timorosi di interrompere la magia dello spettacolo anche solo col respiro.
Quando il tutto finisce, dopo un'ultima danza dell'isola vicina di Fatu Hiva, sottilmente diversa nello stile, ci ritroviamo sazi di Polinesia, ma solo per questa sera: ci hanno detto che domani ci sarà un'altra competizione, non sappiamo se di danza o di altro. Ci andremo, non c'è dubbio. Quest'isola ci sta penetrando sotto la pelle, non credo che ce ne libereremo tanto presto.
 

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