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23/10/2019

Barriera

23/6/2015

 

Quanti colori ha l’acqua del mare, qui in Polinesia!

Il più incredibile blu acceso, che ricorda il lapislazzulo, al largo, in oceano.

Col sole, s’intende, perché se il cielo si copre di nuvole, quando si prepara un bel groppo, allora diventa color grigio acciaio.

Ma è dentro e intorno alle barriere coralline che la sua fantasia si scatena.

Le lagune sono profonde, spesso oltre i cinquanta metri. Lì l’acqua prende un color blu scuro, simile a quello del nostro Mediterraneo. Forse lì ci sono un po’ più di sedimenti o di vita e la brillante tonalità dell’oceano profondo qui si tramuta nel più normale zaffiro: e buttalo via!

Mentre ci navighi dentro, rigorosamente a vista e col sole alle spalle, devi stare attento ai cambiamenti di tinta, che arrivano all’improvviso e possono concentrarsi anche in chiazze molto piccole: sono le teste dei coralli che crescono all’interno e che arrivano a fior d’acqua.

Inutile sperare che la bassa marea te li mostri meglio: qui le variazioni sono di poche decine di centimetri e il corallo rimane per lo più al di sotto del pelo dell’acqua, che nella laguna è generalmente calma.

Allora devi cercare con cura le aree dove il blu zaffiro diventa color azzurro chiaro. Meglio così che non accorgersi all’ultimo momento che sei arrivato dove la tinta diventa acquamarina, perché lì vicinissimo ci sono anche le parti color giallo nocciola, dove il corallo è a fior d’acqua ed è sicuramente troppo tardi per evitare un bel botto e sicuri danni gravi.

Ma che spettacolo dareste!

La laguna è circondata da un largo anello quasi continuo di madrepore, ripidissimo verso l’esterno ma ampio e piatto verso l’interno.

Qualche volta il corallo è emerso, morendo, ma allora la sua superficie raccoglie sabbia e terra e lascia crescere boschi di palme di cocco e di arbusti più bassi. Questi isolotti qui vengono chiamati motu e sono lo sfondo di tutte le visioni paradisiache dei mari del sud, ma in verità non ci sono proprio dappertutto.

Spesso la barriera rimane sott’acqua appena sommersa e quando ci sei dietro vedi senza impedimenti le onde dell’oceano precipitarsi verso di te, alzarsi e frangere improvvisamente sul suo bordo, aggressive, arrabbiate, violente. Si abbattono subito dopo essersi sollevate quasi per una magia malefica dal fondo stesso del mare. Formano un muro mobile orlato da una criniera di spuma soffiata indietro dal vento generato dal suo stesso moto. La cresta si arriccia, si sbianca e si abbatte in avanti correndo lungo il bordo del muro che si abbassa per un attimo, mentre un po’ più in là l’onda successiva lo rigenera e gli dà slancio per una nuova aggressione alla povera barriera.

Con le orecchie, ma ancor più con tutta la tua persona senti il tuono possente, continuo e profondo dei frangenti che precipitano sui coralli.

Non puoi fare a meno di fermarti ad ammirare tutta questa manifestazione di potenza repressa e ti vengono i brividi a pensare cosa ti succederebbe se ti lasciassi derivare fino in prossimità del limite e ti facessi afferrare dalle subdole correnti che spazzano la costa.

Un’improvvisa calma, una momentanea avaria al motore e il gioco è fatto! La barca viene sollevata una, due, tre volte, sempre più vicina, mentre l’equipaggio atterrito osserva pietrificato la schiuma che nasconde la terribile dentatura nera delle madrepore, dure e vivissime nell’acqua fortemente ossigenata che le rende vigorose e vitali e che la prossima onda farà impattare sullo scafo.

Ciascuno si afferra come può all’albero, alle sartie, ai tientibene. Le scarpe ai piedi, vestiti per proteggersi dalle punte, dalle lame, dal labirinto di buche e di sporgenze che fra poco tenterà di lacerare e squartare quanto gli arriverà a tiro.

La speranza è che si riesca a rimanere sullo scafo mentre questo assorbe il grosso dei colpi e la spinta dell’acqua lo trascina avanti sulla pietra fino a che le onde ne lambiscano solo il relitto, inclinato, ma forse ancora abbastanza intero. Poi, fortunati, scendere e allontanarsi cautamente verso l’interno cercando il più vicino motu per attendere i soccorsi con la certezza che le noci di cocco potranno dissetare e almeno in parte sfamare i naufraghi …

Ti riscuoti dalle terribili immagini che ti sono passate per la mente e sotto il sole brillante torni ad ammirare la bellezza selvaggia dello spettacolo che hai la fortuna di vedere al sicuro da vicino.

Al di la’ forse ti si presenta all’orizzonte il profilo di una delle isole ancora alte sul mare, in attesa che i milioni di anni ne completino l’erosione e che il fondale oceanico, abbassandosi, riduca le sue montagne a una pianura sommersa, circondata soltanto dalla barriera che, vivente, continuerà a crescerle intorno fino a quando un cambiamento di temperatura dell’acqua non farà cessare anche questa infaticabile opera costruttrice.

Il sole che tramonta colora di arancione sempre più scuro il cielo dietro le sue montagne, finché ogni dettaglio sparisce nel buio e rimane solo il rombo di tuono a ricordarti la presenza viva, terribile e affascinante della barriera che sola si intromette tra te e la indomabile potenza dell’oceano.

 

 

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