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23/10/2019

Macro e microplastiche, pescatori, relitti e pesci - Plastics macro and micro, fishermen, wrecks and fish

18/5/2018

Ma questo è oceano?

Uno specchio, un vero specchio. Da alcune ore stiamo viaggiando su un mare color cielo, che si confonde con questo appena punteggiato all’orizzonte da ombre pallide: le ultime isole delle Filippine.

Se superi l’indolenza che il caldo e l’insopportabile umidità ti calano addosso come una cappa e ti azzardi a compiere i pochi passi sull’antisdrucciolo rovente fino alle sartie, allora guardando verso il basso dove il riflesso del cielo sparisce, scopri il colore di questo mare profondo tre o quattro migliaia di metri: azzurro intenso e luminoso, stupendo.

Meglio di così l’abbiamo visto solo intorno alle Tuamotu. Un insuperabile e insuperato lapislazzulo che ti trascina l’animo con sé nelle profondità insondabili, felice di seguire i raggi che nascono laggiù e fanno corona alla tua ombra.

Ma bada! Non lasciare che l’occhio si focalizzi sulla superficie: resterai disgustato dallo strato quasi invisibile di sporco che copre come una pellicola tutto il mare.

E’ così e anche peggio da quando abbiamo lasciato l’Australia.

Dopo quasi quarantamila miglia di oceano pulito, qui abbiamo trovato ovunque le tracce disgustose della nostra (loro) cosiddetta civiltà: plastica, grande, piccola, in frammenti, dappertutto.

E quasi niente pesci né uccelli. Un vero deserto. Non c’è da stupirsi.

Noi cerchiamo le microplastiche. Qui si trovano le macroplastiche. Dominano bottiglie e sacchetti.

Ci dicono che imperversano anche le reti in disuso o incagliate.

Non fatichiamo a crederlo. Di notte i pescatori escono con le loro potenti lampade e coprono l’orizzonte da una parte all’altra. Noi speriamo sempre che non usino reti galleggianti o alla deriva, come abbiamo miracolosamente superato nel Mar di Arafura. Se vi fossimo incappati dentro ci saremmo fermati molte volte a cercare di liberare l’elica dai grovigli di fili tenacissimi che l’avrebbero avvolta e bloccata.

Molti pescatori si aggirano intorno a delle specie di capanne galleggianti circondate da stuoie.

Or ora abbiamo capito il perché.

Abbiamo appena avvistato una barca semiaffondata e ci siamo precipitati a controllare che non ci fosse nessuno a bordo, a diverse decine di miglia dall’isola più vicina.

Non c’era nessuno, ma sotto, all’ombra, il mare pullulava di quei pesci che non si fanno vedere altrove. Alcuni passaggi ravvicinati ci hanno rifornito la cambusa per diversi giorni.

Che almeno i relitti in mare servano a qualcosa, perdiana!

 

 

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