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23/10/2019

Prima fermata

Hiroshima.

Un nome per sempre associato alla prima bomba atomica e all'orrore del massacro di gente inerme.

Ero piccolo allora e la notizia giunse comunque molto dopo, ma con i confusi ricordi dei rifugi e dei campi minati e quelli successivi più chiari delle terribili cicatrici lasciate dalla guerra, il marchio del primo bombardamento atomico è rimasto legato alla mia infanzia scolpito indelebilmente nel mio essere.

Una ragione in più per fermarsi qui e rendere omaggio al monumento alla pace.

Con l'obiettivo in mente ci prepariamo alla partenza.

Nel 2012, da Tromso, l'emozione era più forte. Salpavamo per affrontare un mondo a noi ignoto, ben consci che le navigazioni precedenti tra i ghiacci erano solo la scuola elementare e che stavamo per affrontare degli esami universitari. E poi c'era la famiglia a salutarci.

Questa volta nessuno è presente, neppure per caso, ad augurarci buon viaggio.

Anche noi dell'equipaggio siamo ridotti: solo in due, per il momento. Altri arriveranno a Hiroshima e poi più tardi alla partenza definitiva dal Giappone per la Siberia.

Un netto anticlimax.

Anche per la giornata grigia e senza vento.

Navi, navi, navi, barche da pesca, ancora navi, su e giù per questo mare interno tra l'isola maggiore del Giappone, Honsu, con Hiroshima, Kobe, Osaka, Kyoto, Nagoya, Tokyo, e la più piccola delle isole maggiori, Shikoku, che lo protegge a sud dalle onde del Pacifico.

L'acqua non è limpida né pulita. Incontriamo anche la carcassa putrida di un delfino, sconsolante.

Le installazioni industriali sono dovunque, grandi e impressionanti soprattutto i cantieri navali, numerosissimi e con navi di enormi dimensioni in allestimento e riparazione.

Il mare è costellato di isole di tutte le dimensioni unite da ponti giganteschi, innumerevoli ed eleganti spesso con rampe di accesso elicoidali per mancanza di spazio.

Le coste e le isole sono collinose e coperte di boschi, senza una casa sopra. Se non ci si volta sembra un paradiso intonso, anche perché non un fumo né un rumore esce dalle installazioni industriali. Solo una musichetta all'inizio e alla fine della giornata lavorativa, che sentiamo anche noi dovunque ci si ancori.

Non lo credevamo possibile, ma non abbiamo faticato a gettare l'ancora in rade riparate, deserte e pacifiche, dove la facevano da padrone le grida degli animali.

Sarebbe potuto essere un vero paradiso. Però abbiamo quasi la sensazione che la sensibilità per la natura incontaminata non si sia ancora molto sviluppata in questo Paese.

Un Paese capace di trasformazioni veloci e impressionanti, nel bene e nel male, per la sua compattezza e il suo senso civico. Troppo diverso dal nostro mondo per lasciarci capire facilmente la ragioni delle differenze.

 

 

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