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23/10/2019

Tra le isole e in mezzo ai vulcani

 

Guardia di notte

Sono solo in pozzetto, all'una di notte.

E' il mio turno di guardia: tre ore in osservazione per controllare la rotta, lo stato del mare e soprattutto le altre barche e le navi, per evitare pericolosissime collisioni.

Il mio viso è appena illuminato dal riflesso della luce rossa che mostra la rosa della bussola e dalle luci verdi degli strumenti.

Alla mia sinistra lo schermo del plotter è nero, perché questo è lo sfondo della finestra radar sul quale si mostrano le righe che segnano la nostra prua e la direzione della navigazione.

Fuori dal pozzetto coperto che mi ripara dal vento e dall'umidità della notte c'è il buio. Ma non è totale: siamo immersi in una nebbia fitta che limita la visuale appena oltre la prua, ma diffonde tutto intorno la luce dei fanali di via. Soprattutto quella di dritta, verde, tanto che devo sporgermi all'esterno per controllare se quella di sinistra, rossa, sia ancora accesa, come è in realtà.

L'alone luminoso impedisce allo sguardo di penetrare oltre il pulpito di prua, in queste condizioni  sarebbe impossibile accorgersi della prossimità di qualunque nave o barca, per quanto i suoi fanali fossero potenti.

Così lo sguardo si posa incessantemente sul radar alla ricerca di punti luminosi persistenti fra la miriade di echi fluttuanti riflessi dalle onde.

Il vento è leggero sulla rotta che abbiamo scelto a ovest della catena delle vulcaniche isole Kurili, nel Mar di Okotsk, proprio per allontanarci da una depressione che si prevede passerà a un centinaio di miglia ad oriente, sul Pacifico.

Vengo distratto da improvvisi lampi di luce che provengono da entrambi i lati della barca, poco più avanti del pozzetto. Guardo meglio attraverso le finestre appannate dall'umidità e vedo la cresta dell'onda provocata dalla barca che si frange con una linea di vivissima luce: è un'eccezionale bioluminescenza che l'onda disturba ed eccita e che ogni pochi secondi, forse perché incontra un organismo più grande, esplode in un lampo globuloso bianco che dà addirittura forma alle strutture della copertura del pozzetto.

Guardo la scia che si allontana dalla poppa e vedo un sentiero lattiginoso luminescente che si perde nella nebbia: che spettacolo!

Il mio compagno, perché non sono solo! non è in grado di apprezzarlo.

Un piccolo uccello delle tempeste è venuto a rifugiarsi stanchissimo sopra le scotte arrotolate dietro di me. E' color nero fumo, grande più o meno come un merlo, con le lunghe sottili zampe palmate, il becco adunco e la caratteristica fronte globosa sporgente. Provo ad accarezzarlo delicatamente sul dorso e sulla testa e lui non mostra timore.

Una mezz'ora più tardi si avvicina ad una chiusura lampo un po' sollevata e scivola via sul ponte bagnato: dopo qualche minuto è scomparso nella notte.

Continuo la mia guardia interrotta dalle chiamate via radio di una radio russa, acque nelle quali siamo entrati da poco, che vuole sapere i nostri dati in un inglese un po' approssimativo che rende  la conversazione meno facile di quanto si potrebeb desiderare, ma poi ringraziano e chiudono bruscamente il contatto.

La nebbia è ancora intorno a noi. La guardia stanotte sarà più lunga del solito!

 

(English version)

Night watch

I stand on the cockpit, it's one a.m.

It is my shift: three hours controlling our course, the sea conditions and above all the other vessels, to avoid extremely dangerous colisions.

My face is barely lighted from the reflection of the red light of the compass and from the green lights of the instruments.

On my left side the plotter's screen is black: this is the color of the radar window with the lines showing our heading and our course.

Outside the covered cockpit sheltering from wind and night humidity it's all dark. But not completely black: we are surrounded by a thick fog barely letting us see the bow, but diffusing the navigation lights all around. Especially teh starbord one, green, so much that it compelles me to verify form outside the shelter that the red one, port side, is still on, as it is.

The refraction of the lights prevents me from seeing anything beyond the bow, in these conditions it will be impossible to spot any nearby vessel despite the power of its navigation lights.

So I am restricted to continuously verify if there are any bright persistent spots on the radar screen within the many vanishing ones caused by the waves.

The wind is light along our course west of the volcanic Kurili Islands, on the Okotsk sea, selected with the aim to remain as far as possible from a low forecasted to pass a hundred  miles east, on the Pacific side.

I get distracted by sudden flashes coming from both sides of the boat, just forward of the cockpit. I look through the misty windows and see the edge of the bow wave braking with a line of strong light: it's an exceptional display of biological fluorescence excited by the wave and that every few seconds, may be hitting a larger animal, provokes an explosion of globular light so strong to let me see the internal structures of the cockpit frame.

I look at the wake behind the stern and see a luminous path fading into the fog: what a show!

My companion, because I am not alone! is not in a condition to appreciate the show.

It is a tiny storm petrel extremely tired that found shelter over the yankee sheets lying in the cockpit behind my back. It's smoky black colored, approximately the size of a blackbird, with long thin legs, the hooked bill and a special bulging head. I carefully try to caress its head and back and it doesn't seem to be afraid.

Half an hour later he moves near an opening af a zipper and slides out on the wet deck, a few moments later is gone.

I continue my watch interrupted by the Russian radio calls, we are in Russia now, wanting to know details of pour boat and voyage in a faltering english that makes our conversation less easy than desirable. At the end they thank us and suddenly close the transmission.

The fog is still all aroud us. The night watch will be longer than usual!

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