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23/10/2019

Nebbia...

 

Veliero nella nebbia  

(photo credits: mike northcott/pexel.com/freepictures)    

 

Noi padani non più giovanissimi abbiamo tutti un ricordo costante: la nebbia, fitta, spessa, che ti si appiccica addosso, carica dei fumi delle fabbriche ormai scomparse.

Ricordo che una volta dovetti perfino aprire lo sportello della macchina per vedere le strisce bianche accanto a me, perché neppure sotto ai fari si riuscivano a scorgere.

Case, marciapiedi, pali dell’illuminazione, li percepivi intorno a te, ma erano presenze mute e nascoste: sapevi che c’erano, ma non le vedevi né le sentivi, perché anche i rumori delle auto erano soffocati dalla caligine.

Qui in mare è molto diverso. Molto più inquietante.

Non ricordo un’altra navigazione così carica di nascosta apprensione.

Questo è il settimo giorno nella nebbia. Fa impallidire la memoria di una famosa tratta navigata da Boston ad Halifax, ma quella era durata solo tre giorni.

Finora abbiamo avuto fortuna, perché il vento è stato praticamente assente e se questo ha comportato sette giorni di motore continuative (senza alcun problema dopo più di 4.000 ore di moto in tutte le condizioni), ha anche significato sette giorni di mare insperabilmente calmo.

La Solé Diesel, costruttrice del motore, è l’unico fornitore che ha compreso l’utilità del test cui sottoponiamo i nostri impianti e strumenti dandoci un piccolo ma significativo aiuto. Sono ben pochi o nessuno i diportisti italiani e di altre nazioni che affrontano viaggi come il nostro. Un’occasione mancata per tutti gli altri produttori che non hanno capito o apprezzato i vantaggi che avrebbero potuto trarre dal nostro viaggio. O non gliene importa dimostrare che i loro prodotti siano affidabili?

Per tornare alla nebbia che ci avvolge, questa è diversa. Intorno a noi, e sembra che si sposti insieme alla barca, un cerchio di mare grigio che finisce sfumato nel biancore dell’umidità. Le creste delle onde, piccole e grandi sono baffi più scuri che appaiono e scompaiono in un attimo, unico dettaglio nella sfocatura perenne che affatica la vista. Senza riferimenti non abbiamo la percezione precisa del movimento.

L’illusione è talmente forte che crederemmo in ogni istante di essere in virata e solo controllando la bussola ci accertiamo di proseguire dritti per la nostra rotta. E’ forse l’effetto della diversa intensità delle ombre verso prua e sul fianco della barca che ci inganna.

Quest’anno sono finalmente riuscito a installare un plotter cartografico accanto al timone, capace di mostrare anche lo schermo del radar, e a collegarlo con fatica alla serie di strumenti esistente, così da poterne sfruttare tutte le potenzialità. E’ proprio lo schermo del radar che ci dà quel po’ di tranquillità segnalandoci le pochissime navi che incontriamo e che ci passano invisibili accanto.

Malgrado questo grande aiuto, restiamo coi nervi tesi nell’attesa di un possibile incontro con ostacoli non percepiti dal radar, come tronchi d’albero o masse di kelp, quell’alga serpentiforme e tenace che cresce nelle acque fredde. Ieri ne abbiamo colpita una, non vista, che ha scosso la barca con rumori agghiaccianti quando è finita contro le pale dell’elica, fortunatamente senza conseguenze.

Non possiamo non pensare ai vecchi marinai, quando non c’erano motori, GPS e radar, né previsioni meteo da ricevere via radio (non siamo così ricchi da poterci permettere una connessione satellitare con internet).

In queste condizioni non avrebbero avuto altra scelta che rimanere fermi ad aspettare il vento, che qui arriva spesso con profonde depressioni non propriamente gradevoli.

Fermi? No, certo. Abbiamo potuto misurare quasi dappertutto vicino alle isole correnti anche superiori a tre nodi e un po’ in tutte le direzioni. Le isole qui accanto sono vulcaniche e le coste spesso dirupate precipitano verso fondali in cui l’ancoraggio è impossibile. Quando l’eco attenuata delle voci o il rumore della risacca avessero segnalato l’avvicinarsi delle rocce, l’unica salvezza sarebbe stata calare in mare le barche e allontanarsi a forza di remi, sempre che la corrente fosse d’accordo.

I fantasmi del passato restano nel fondo della mente e i misteriosi uccelli marini che ci volano intorno apparendo magicamente dal nulla sembrano i loro messaggeri, soprattutto di notte quando le loro sagome spettrali compaiono per un attimo nella luce lattiginosa del fanale bianco di via.

In quest’atmosfera deprimente è quasi benvenuta perfino la vedetta della guardia costiera russa che ci ferma per quattro ore per i controlli.

Ora stiamo navigando nel Pacifico settentrionale, usciti infine dal triste

 

Mar di Okotsk, accanto alla penisola della Kamchatka ancora invisibile nella foschia. Tra meno di un giorno arriveremo alla nostra meta, Petropavlovsk Kamchatski, cittadina fondata dal mitico Bering, dove incontreremo la burocrazia russa, ma anche, speriamo, un tempo più chiaro che ci faccia godere di quello che promette essere uno dei più bei panorami del mondo.

 

(English version)

Fog

We all northern Italians non so young any more have memories of the constant winter thick fog, closing around your body, laden with the vanished factories smoke.

I remember that once I was forced to open the car’s door to perceive the white traffic line not visible even below the headlights.

Houses, side walks, light poles, you could feel them around you, but their existence was hidden and silent: you knew they were there, but you could not see them nor hear them, as even the car noises were muffled by the mist.

Here on the sea it’s different. Much more disquieting.

I do not remember another sailing trip so full of hidden trouble.

This is our seventh day in the fog. It is diminishing the memory of a famous trip from Boston to Halifax, but that time it was only for three days.

Up to now we have been lucky, as the wind was practically nil and if that meant to motor for seven days in a row (without any problem after more than 4,000 hours of usage in every condition) it meant also seven days of an unexpected calm sea.

Solé Diesel, the engine manufacturer, has been to only supplier than understood the importance of the test we are imposing to our machinery and instruments giving us a small but significant support. There are very few or rather no one Italian sailors or from other nations, by the way, that face trips like ours. A missed opportunity for all the other manufacturers that didn’t understand or appreciate the advantages of supporting our trip. Or may be they do not care to show that their products are reliable?

To come back to the fog that surrounds us, this is different. Around us it seems that  a circle of visible sea is moving with us, fading into the nothingness of the whitish fog. Waves tops, small and bigger, are darker lines that appear and disappear in a blink of an eye, the sole feature in a featureless world. Without reference points we do not perceive correctly our movement.

The illusion is so strong that we could constantly believe to be changing course and only checking the compass we can be assured that our direction does not change. It is probably the effect of the different strength of the shadows near the bow and near the sides that makes us wrong.

This year I could finally install a plotter beside the wheel, able to show the radar screen as well, and to connect it, with pain, to the existing instruments, so to fully exploit its capabilities. It’s in fact the radar screen that gives us that little confidence we need, showing us the few ships travelling in this area and that we will never detect otherwise.

Despite this great help we are not at ease expecting to meet some log or a mass of kelp, that long thick seaweed prospering in cold waters, not to be shown on radar. Yesterday we hit one of them, unseen under the bow, shaking the boat with frightening noises when it hit the propeller, luckily without damages.

We cannot help thinking about the old mariners, when there were no engines, GPS or radar and no weather forecasts to be received via radio (we are not so wealthy to use a satellite internet connection).

In those conditions they couldn't do but hove to and wait for the wind, raising here often suddenly in connection with deep lows not properly pleasant.

Still? Not exactly- We could measure almost everywhere near the islands the existence of currents sometime stronger that three knots and leading almost in all directions. The islands here are volcanic and often fringed with cliffs plunging deep in the sea making impossible to anchor. When the muffled echo of the coast or the noise of the breakers would warn of the nearness of the shore, the only escape would have been to put the row boats at sea and pull on the oars, hoping in a current not too unfavourable.

Ghosts of the past keep surfacing in the back of my mind and the mysterious sea birds that fly around us suddenly appearing from the nothingness may well be their messengers, especially at night when their unclear ghostly shapes show up for a moment in the halo of the white navigation light.

In this depressing atmosphere even the Russian Coast Guard ship that kept us hove to for four hours is almost a welcome encounter.

Now we are cruising the northern Pacific, finally out of the gloomy Okhotsk Sea, along the Kamchatka peninsula still invisible behind the mist. In less than one day we will be in Petropavlovsk Kamchatski, small town established by the mythical Bering, where we will meet the Russian bureaucracy, but also, we hope, a clearer weather that will let us benefit of the promises of one of the most beautiful environment of the world.

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At 09/07/2019 01:34 (utc) our position was 51°52.22'N 158°16.25'E

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