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20/3/2020

Stress...


Aurora Boreale

(Photo Credits: Pinterest.com)

Da bordo di Best Explorer, Mare di Barents. "Vai in barca? Che bello! Ti invidio..." Bello? Senza dubbio. Ma, intendiamoci: andare in barca, come? Tutto dipende da cosa si intende, o meglio, da quello che si immagina chi fa la domanda. Se la pone, è più che evidente che in barca non c'è mai stato. Ricordo da ragazzino, mai salito su una barca a vela, aver ammirato sfilare a poche decine di metri dalla spiaggia di Alassio delle barche in regata. Nel silenzio dei bagnanti, che si erano fermati attenti come me a guardare l'insolito spettacolo, si sentiva distintamente lo sciabordio delle prue degli scafi snelli ed eleganti sotto una piramide di vele immacolate e si scorgevano prodiere e timoniere concentrati e insieme impassibili, vestiti anch'essi di bianco, osservare la forma delle vele e correggere con delicati movimenti la rotta per meglio prendere il vento, come avrei appreso molti anni più tardi. Splendido, come splendide e gratificanti sono le uscite di qualche ora col vento giusto e l'aria dolce dell'estate mediterranea, prima del rientro in porto, della doccia e dell'aperitivo gustato insieme agli amici discutendo di angoli di bolina, di vele di carbonio e di forme di carena. E gli altri modi di andare in barca? Be', hanno i loro pro e contro. Nel nostro caso particolare, dove l'andare in barca è principalmente un mezzo per sperimentare condizioni, luoghi e persone strani, difficili e quasi ignoti ai più, quel piacere della veleggiata mediterranea è praticamente da escludere, semplicemente non è possibile. Questo è uno dei contro. I pro? Molti, dal nostro punto di vista: esperienze uniche, incontri irripetibili, situazioni dove possono emergere le qualità più robuste delle nostre personalità con conseguente enorme gratificazione, ecc. Tutte cose che hanno poco a che fare direttamente con la vela, ma che senza di esse non sarebbero raggiungibili. I contro sono interessanti: c'è ovviamente un prezzo da pagare per tutto ciò, abbastanza caro. Il paradigma infestante della nostra vita moderna, la possibilità di ottenere tutto quel che si desidera semplicemente pagando in moneta, foss'anche andare su Marte (basterà attendere qualche poco), deve essere messo da parte. Come mai? Semplice: se pago ottengo certo un servizio, ma rinuncio contemporaneamente a fare esperienze per le quali il pagamento può essere fatto esclusivamente di fatica, difficoltà e sforzi compiuti di persona e senza intermediari. La capacità di effettuare questo insolito pagamento si misura con la resistenza allo stress, che in un viaggio in barca come i nostri è sicuramente presente. Dovete per un attimo immaginare le condizioni reali di un viaggio nel quale non si torna in un porto attrezzato ogni sera, anzi, non esistono proprio porti attrezzati per migliaia di miglia. Si naviga per giorni e notti di seguito, alternandosi tutti nelle guardie, o turni, in ogni condizione di mare e di tempo. Non consideratela una punizione, o almeno, non sempre… Ci sono notti magiche, in cui la fosforescenza marina è così forte che si potrebbe leggere un giornale. Notti in cui gli uccelli marini accompagnano la barca come fantasmi, tuffandosi a cogliere gli sfortunati pesci che si trovano a passare sotto le luci di navigazione di prua. Luna, stelle, aurore boreali, tramonti, con effetti indescrivibilmente affascinanti. Giorni altrettanto incantati, quando anche la cavalcata delle onde attira lo sguardo che non si stanca di ammirarne il frangere e il sovrapporsi. Sciabolate di luce del sole dietro le nuvole all'orizzonte. Magici effetti dei cristalli di ghiaccio nella stratosfera che disegnano cerchi, colonne e falsi globi solari visibili solo nell'Artico o nell'Antartico. Iceberg maestosi, campi di ghiaccio che riflettono la luce verso le nuvole, e animali, rari, certamente, ma sempre sorprendenti e vivificanti. C'è anche il rovescio della medaglia: pioggia, nebbia, neve, grandine, cieli bassi e uniformi, mare grigio, e vento e onde, soprattutto onde di tutte le forme, grandezze e direzioni che fanno rollare, beccheggiare e scuotere ogni pezzettino della barca e dei suoi occupanti. Un intraprendente atletico giovanotto di origini alpine è stata una delle prime vittime del mal di mare: per tre giorni steso in cuccetta gemeva: "muoio, muoio", messo a pagliolo da un mare piuttosto antipatico che aveva inciso un po' su tutto l'equipaggio, con reazioni un po' più coraggiose di quelle del nostro cuor di leone, che peraltro appena sceso a terra e ritrovato il coraggio andò a cercare compagnia femminile. Non lo rivedemmo più. Non è poi così scontato adattarsi al ritmo della vita di bordo. Confinati per settimane in uno spazio ridotto, cibandosi, per forza di una dieta meno varia e comune a tutti, sottoposti a un regime di veglia/sonno innaturale per un terrestre e messi a fronteggiare una natura che nella migliore delle ipotesi è indifferente alla nostra presenza, si è costretti a fare i conti con le proprie ansie e debolezze. I meno preparati sono proprio quelli che il successo nella vita dovrebbe aver selezionato tra i migliori. Sono i più fragili. L'ambiente che li ha promossi, ambiente di battaglie tra poteri, astuzie e sotterfugi, mostra tutta la sua artificialità di fronte alle forze della natura e alle esigenze della vita di bordo, che richiedono condivisione e collaborazione, tutto l'opposto della competizione e della sopraffazione del business. L'autostima crolla alla prima difficoltà. Abbiamo visto persone colme della propria importanza impallidire non appena messe in oceano alla ruota del timone e rinunciare con scuse penose dopo appena cinque minuti di totale confusione, e si vantavano di essere usciti dalla più prestigiosa delle scuole di vela italiane. La stessa persona, per riguadagnare l'autostima persa al timone inaspettatamente, impropriamente e inopportunamente si mise a sbraitare davanti all'allibito funzionario governativo di una nazione del Pacifico mentre si stavano completando le operazioni di ingresso. Per fortuna ho potuto rapidamente prevalere nella mia posizione istituzionale zittendolo per condurre a buon fine le pratiche nel modo opportuno, che sono un mio preciso compito. Non credo purtroppo che abbia fatto tesoro della lezione. Le combinazioni dei caratteri sono un'altra fonte di tensione. Non sempre ci si sopporta, soprattutto se c'è chi si ritiene, a torto o a ragione, più esperto di altri e lo fa pesare. Il ruolo dello skipper è in queste circostanze assai delicato. Sono spesso conflitti individuali, ma se degenerano possono diventare estremamente pericolosi per l'atmosfera di bordo, dove, come dicevo, la collaborazione è essenziale. Le parole dello skipper, tuttavia, hanno un peso maggiore e devono essere centellinate per non aggravare la situazione invece di risolverla. Nella maggior parte dei casi si riesce a coagulare le aspettative dei singoli intorno a uno scopo comune, anche con grande successo, ma non è sempre così. Mesi di navigazione difficile incidono anche sui caratteri più equilibrati. E se c'è qualcuno che sta davvero male a bordo? Ci è successo diverse volte, ma anche quando non sarebbe stato possibile uno sbarco prima di tre settimane. Quella volta la cosa si è risolta, lentamente, in modo positivo. Altre volte abbiamo avuto la fortuna di avere un medico a bordo che ha letteralmente salvato la vita del malato fermando l'infezione in tempo per riuscire a raggiungere in tre giorni un ospedale attrezzato. Non abbiamo avuto problemi di conflitti, in quel caso. Tutti noi, ciascuno a suo modo, eravamo tesi all'unico scopo di salvare una vita. Il mare è una notevole scuola di vita e affrontarlo da skipper insegna ancora di più, non tanto su di lui, che non smette comunque mai di stupire e di insegnare le tecniche marinare, quanto sull'Uomo e su sé stessi. Quindi, se volete davvero approfondire la conoscenza delle reazioni dei vostri collaboratori allo stress, sapete cosa fare: mandateli a bordo di una barca che faccia navigazione seria e sono certo che lo skipper vi saprà sviscerare i loro punti di forza e di debolezza meglio di qualunque psicologo.


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