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Un antico faro

La tozza torre esagonale è solidamente piantata sulla cima tondeggiante di un’altura a mezzo chilometro dal mare, bianca contro il grigio pallido delle nubi all’orizzonte.


E’ lì da più di centottant’anni, il primo faro costruito così a nord della Norvegia, solo un centinaio di chilometri a sud del circolo polare artico.

Ci mancano ancora una ventina di minuti per arrivarci.

Stiamo camminando sopra un ruvido costone di rocce lisciate dai ghiacci seguendo gli strati compattati e cristallizzati dalla metamorfosi conseguente alla nascita delle montagne norvegesi quattrocentocinquanta milioni di anni fa.

Tra questo e gli altri che ci affiancano paralleli, alcuni stagni coperti di ninfee in fiore riflettono nell’acqua rossastra per il tannino la sagoma del monte, anch’esso tondeggiante, che ci sta alla destra. Le aquile di mare che vi hanno fatto sopra il nido non si sono ancora mostrate.

In compenso il nostro procedere ha scacciato un gregge di pecore che se ne stavano indisturbate e un paio di pernici nascoste tra i muschi, l’erba della palude e i cespugli di ginepro coccolone che segnalano i tratti di terreno più secco.

Il silenzio non è disturbato neppure dal fruscio del vento, solo qualche raro grido stridente di gabbiano arriva a stento fino a noi.

Il cielo è quasi sgombro. La copertura nuvolosa prevista nel pomeriggio non si è ancora manifestata.

Seguiamo da un po’ un sentiero marcato da piccole pietre piatte dipinte con fantasia dai curatori dell’eredità storica locale: una l’ho perfino scambiata per una scarpa perduta da qualcuno, tanto la pietra è stata opportunamente trovata, immaginata e colorata dall’artista.


Siamo giunti qui ieri spinti da una brezza favorevole sotto un cielo ancora grigio, dopo le insistenti piogge dei giorni precedenti.

Le ondulazioni residue dall’orogenesi delle montagne affiorano in mare anche a distanza dalla costa con linee di scogli in parte sommersi. Le grandi onde oceaniche che arrivavano dal largo ne mostravano le dorsali con grandi fasce di candidi impressionanti frangenti e noi, per non cambiare radicalmente percorso, stavamo ben attenti a tenere una rotta prudentemente distante, ma pur sempre dannatamente prossima ai neri denti rocciosi che di tanto in tanto si mostravano minacciosi tra la schiuma.

Il rollio si era finalmente ridotto proprio a poche gomene dall’ingresso che cercavamo tra gli scogli della costa.

Due pilastrini gemelli ne segnavano il limite, un po’ più discosti di quanto avessi temuto.

Dietro, acqua calma.

Ammainate le vele, col motore al minimo, ebbe inizio l’esplorazione del nuovo approdo.

Ancora oggi nell’avvicinarmi a una costa o nell’entrare in una baia sconosciuta provo l’emozione della scoperta e della curiosità.

Qui, dietro diverse quinte di scogli, si apre un lago contornato da basse colline rocciose che i forti venti del largo hanno privato di ogni vegetazione arborea.

Alcune poche casette rosse attorniano una fessura da cui si scorge un canale che porta ancora oltre, ma che è chiaramente troppo stretto e forse troppo basso per essere navigabile da noi.

Lì vicino un pontile galleggiante porta l’invitante scritta “gjestekai”, cioè “potile per gli ospiti”.

Perfetto.

Un cauto giro di ispezione mi conferma che il fondale è profondo e con l’agile Antonella che salta a terra con le cime d’ormeggio, ormai è diventata bravissima, ci ormeggiamo in un attimo.


Quel che segue è uno dei momenti piacevoli della navigazione: solidamente e sicuramente ormeggiati ci si guarda rilassati intorno per apprezzare “l’atmosfera” del posto: sembra proprio bello, anche se il commento che sorge spontaneo sarebbe: “se dovessi vivere qui credo che dopo un paio di giorni mi tirerei un palla in testa…”

Un po’ prematuro, direi.

Una breve passeggiata già nel pomeriggio ci fa cambiare prospettiva. Certo, vivere qui no, non se ne parla neppure, ma che bel posto e interessante!

Una fascia di grosse pietre rotonde contorna la base della montagna (montagnola…) rocciosa alla nostra destra. Residuo forse di una morena dell’era glaciale, ma sicuro segno che quassù a un certo momento arrivava l’oceano che ha lavorato con le sue onde sulle pietre, mentre l’isola da allora si è sollevata risalendo lentamente dopo lo scioglimento della cappa di ghiacci che l’aveva spinta ad affondare giù nel mantello terrestre.

Proprio sopra, un rettangolo nero avverte della presenza contro la parete di una capanna in legno quasi mimetizzata. Ci avviciniamo curiosi. Deve essere molto vecchia. Ancora quasi tutta in piedi, i suoi pilastri portano ancora infitti molti pioli di legno che servivano un tempo al posto dei chiodi.

Torniamo alla barca cogliendo qualche fiore di ninfea per decorazione e ripromettendoci per domani la visita al faro.

Ed eccoci qua.

C’è accanto un tavolo in legno in posizione panoramica, ma siamo attratti dallo stemma infisso sopra la porta cui si arriva con una solida scala d’epoca in ferro battuto: sarà pur stata restaurata, ma una volta costruivano perché le cose durassero!

Lo sguardo da qui spazia su tutto l’orizzonte, che oggi è limpido come sa essere solo nelle regioni vicine ai poli.

Qualche nave e qualche vela passano al largo, mentre la presenza degli scogli è denunciata dalla candida spuma dei frangenti.

Nella base esagonale del faro si aprono tre bocche di forno che servivano ad alimentare il primitivo sistema di segnalazione col fuoco del carbone, presto sostituito da lampade a olio.

Ci concediamo una lunga sosta, sempre per assorbire “lo spirito del luogo”.

Verso sud l’isola si frammenta in una serie di isolotti tra cui rilucono gli specchi d’acqua calma intercomunicanti. Le nuvole che un po’ coprono e un po’ scoprono il sole cambiano la luce e i riflessi dell’ampio sgombro panorama.


In lontananza la civiltà si mostra sotto forma di gruppi di pale eoliche che sole, con le navi che passano, ci ricordano di non vivere più all’epoca della costruzione del faro.

Niente internet, niente telefoni né instagram o netflix, niente musica dagli auricolari.

Che sofferenza per chi non sa farne a meno!

Tanti, tantissimi sono così avvezzi a vedere esaudite le proprie voglie con un tocco del dito che non sono più capaci di spogliarsi dei desideri preconfezionati per aprirsi a nuove esperienze.

Noi invece siamo avidi di sensazioni inattese e ora stiamo seduti in silenzio guardandoci intorno e rimandando perfino i commenti a dopo, quando saremo saturi dell’esperienza che stiamo vivendo: non torneremo forse mai più qui, ogni momento è prezioso, ogni immagine, ogni suono e odore va conservato e le foto che scattiamo, poche e meditate, serviranno solo per ricordarceli quando la memoria tenderà ad appannarne la vivezza.

Qualche fringuello artico si mostra fugacemente intorno alla ricerca di un seme o di un insetto, come il tafano che tenta un timido approccio prima di essere scacciato.

E’ tempo di tornare, la bisaccia delle emozioni è piena. Ci restano per il pomeriggio le aquile di mare.

La barca è là che ci aspetta un po’ più alta per la marea che è cambiata.

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