Viaggio senza tempo - II

Aggiornato il: mar 15

I primi passi


Cosa sarebbe successo dopo non lo immaginavamo, ma una cosa era ben chiara fin dall’inizio: la barca doveva poterci portare al nord.

Molto tempo prima avevo visto il primo ghiaccio dal ponte di un peschereccio nel Baltico e alcuni anni dopo da una barca fatta per l’Antartide, a Capo Horn. Quest’ultima esperienza mi aveva definitivamente convinto della necessità di trovare uno scafo che fosse di metallo, che avesse una coibentazione efficace e che avesse il minor pescaggio possibile, preferibilmente con una chiglia mobile.

Non avendo le risorse per farci costruire una barca apposita, cominciammo a cercarne una sul mercato. Più presto detto che fatto. Quelle caratteristiche sono decisamente rare.

Durante la nostra ricerca scoprimmo anche che i proprietari sopravvalutano largamente il valore della propria barca alzandone il prezzo in corrispondenza.

L’operazione si prospettava quindi assai difficile, ma siccome la fortuna aiuta gli audaci, quali noi ci reputavamo già, per una serie di circostanze del tutto improbabili e concatenate quasi per magia scoprimmo che “Best Explorer”, nata col nome di “Bestiaccia”, era in vendita proprio allora e a un prezzo ragionevole.


Dovete sapere che quella barca io la conoscevo già abbastanza bene, anche senza averci navigato. Non solo, aveva proprio quelle caratteristiche di base che avevano formato la mia idea di barca ideale (per i nostri scopi).

In breve, solo due giorni dopo aver appreso che era disponibile eravamo già suoi proprietari in pectore.


L’inverno 2007 fu speso per il suo allestimento con l’aiuto di Antonio, il precedente proprietario e suo costruttore: il rinforzo della prua, attrezzatura di sicurezza adeguata, una nuova strumentazione, interni rinnovati, una stufa, nuova radio, roll bar, gommone col suo motore e nuova coperta antisdrucciolo.


E una bella rotta di 5.000 miglia tracciata per raggiungere il nord della Norvegia, equipaggio di amici compreso.

Due mesi di navigazione via Irlanda e Islanda.

In realtà avremmo preferito passare un anno in Mediterraneo per fare reciproca conoscenza e mettere a punto come si deve ogni dettaglio, ma non sempre si può fare quel che si vuole e noi non potevamo proprio dilazionare l’arrivo alla nostra meta.


Questa decisione, che penso prenderei anche col senno del poi, ha avuto inevitabilmente alcune conseguenze negative specialmente sulle manutenzioni, conseguenze di cui soffriamo ancora oggi: lontano dai fornitori è molto complicato correggere i problemi e al nord come in Pacifico la nautica da diporto non è di casa.

Il momento della partenza è sempre sorgente di forti emozioni, tanto più vero quanto più lungo sarà il viaggio. Noi non sapevamo se e quando saremmo tornati, ma di certo non prima di qualche anno. Di fronte a noi avevamo una stagione favorevole, siamo partiti da Imperia il primo di Luglio, e un primo tratto in acque già note, almeno fino a Valencia, in Spagna.

Ma non sto qui a raccontare i dettagli del viaggio: li potete leggere, se siete curiosi, sul libro “Best Explorer – dal Mar Ligure al Mar Glaciale Artico” editrice Il Frangente. Lo trovate in librerie specializzate e su Amazon.

Tuttavia vi farò partecipi qui di seguito di un po’ di quelle emozioni.

Qualche emozione del primo viaggio verso nord


Il passaggio di Gibilterra, sicuramente. Non ci si sottrae al mito, per quanto disincantati. La Rocca ha un fascino innegabile anche solo per la sua forma e la sua posizione. L’arrivo nella nebbia tra le sirene delle navi, le bertucce che ti rubano il cibo dalle mani, la costa africana indistinta tra la foschia, l’atmosfera tenacemente britannica e l’oceano aperto subito a ovest creano un cocktail unico e carico di meraviglia.


Oltre il Portogallo e il Golfo di Biscaglia c’è la verde Irlanda, con un delizioso porticciolo quasi privo di marea mentre trenta miglia più a nord l’ampiezza delle stesse è di tre metri. E ci sono gli Irlandesi che attraversano a piedi la strada col rosso e cantano a squarciagola nei pub e sono sicuramente nostri cugini primi.

Non dimenticherò la temibile corrente del Corryvrechan, in Scozia e le case colorate di Tobermory, che ho rivisto allora con piacere, sia pure per brevi momenti, o la foca aggressiva di Stornoway, nelle Ebridi.


Poi c’è il ricordo della tensione di una rapida traversata verso le isole Far Oer con un bel 40 nodi al lasco, quando ero solo al timone con troppa tela a riva che ci ha fatto toccare i dodici nodi temendo che qualcosa cedesse da un momento all’altro, finché finalmente mio figlio saltò fuori a prendere la terza mano alla randa e io ricominciai a respirare, impartendoci un insegnamento mai più scordato!

Il freddo terribile nel passaggio tra le Far Oer e l’Islanda con il webasto in panne, per niente riscaldati dall’incredibile raggio verde, un vero smeraldo laser, apparso per un istante sopra l’onda lunga da nord.

L’accoglienza rigidissima dei doganieri islandesi, chini alle 11,30 di sera sopra un mezzo panetto di burro a decidere se dovessimo pagarci sopra qualche balzello. Tutt’altra atmosfera di quella cordiale e rilassata che avremmo trovato lì cinque anni più tardi.


I caroselli di quattro giovanotti che non avevano altro divertimento disponibile che sgommare in cerchio all’una di notte sul piazzale del porticciolo peschereccio di Olafsvik, malauguratamente a pochi metri da noi che avremmo desiderato invece dormire nel silenzio assoluto che regna sotto il vulcano Snaefells.


Poi la decisione improvvisa di passare in pieno oceano presso Jan Mayen, un’isola con un perfetto vulcano a cono coperto di neve a 71° nord e a 250 miglia dalla Groenlandia, occasione che non riuscimmo più a riprodurre nel 2012 per via del maltempo, e la successiva tempesta con 24 ore a 50 nodi che ci raggiunse di poppa mentre da lì ci dirigevamo verso le Vesteralen, in Norvegia.


Benedetta tempesta, in un certo senso, perché ci svezzò definitivamente confermando le qualità eccezionali della nostra barca, sulla cui cucina, non basculante, continuammo serenamente a preparare qualcosa di caldo anche in mezzo a tutto quel bailamme.

Ricordo con qualche brivido l’impressione terrificante che si riceveva uscendo dal tambucio per la propria guardia: le creste frangenti delle onde torreggiavano sopra il roll bar di poppa e sembravano doversi rovesciare in pozzetto e travolgerti prima che tu lo potessi raggiungere. Il vento urlava da assordarti. Non era facile coprire quei pochi passi esposti che ti dividevano dalla ruota del timone, dura da tenere soprattutto quando la prua si immergeva nel cavo delle onde e la barca rallentava perdendo direzionalità.

Però il pozzetto, che allora non era ancora coperto, anche in quell’occasione non ricevette neppure una goccia d’acqua.

E infine l’ultimo sudore freddo per la ruota del timone rimastami in mano subito dopo il sospirato ingresso nelle acque ferme dei fiordi norvegesi, per fortuna non prima, durante la tempesta, a causa di un semplice dado che si era mollato.

Mia moglie Mariele e mio figlio Mario, poi Nicoletta, certamente, comproprietari tutti, poi i compagni di viaggio che hanno condiviso questa prima avventura: Anna, Luigi, Mauro, Ale e Giuliano, tutti rimasti amici, ammirando insieme i delfini, le balene, le prime aurore boreali, incontrando i venti o poco più solitari abitanti della base scientifico-militare di Jan Mayen, noi travolti dalle onde nel maldestro sbarco del gommone sulla spiaggia di sabbia nera.

Che avventura! Come sempre le novità restano impresse indelebilmente. Che senso di forza mi pervase e che soddisfazione quando ormeggiammo al pontile del porto di Tromsø! Ce l’abbiamo fatta! Ce l’ho fatta! Non sono più un principiante (guardandomi indietro, pur dopo quarant’anni di mare sulle spalle, non potevo fare a meno di considerarmi tale prima di aver superato quelle fantastiche cinquemila miglia).


Era ora di tagliarmi le basette che mi ero fatto crescere da un paio d’anni per darmi un po’ di arie da marinaio d’altri tempi. Non ne avevo più bisogno!

E comunque c’erano un bel po’ di argomenti su cui riflettere. Qualcuno di navigazione e di conduzione della barca: previsioni del tempo prese un po’ troppo alla leggera fidandosi della robustezza della barca, reazioni dello scafo ancora da metabolizzare. Soprattutto restava da affinare la comprensione delle personalità dell’equipaggio e la capacità di graduare la fermezza della mano del Comandante, la cosa forse più difficile di tutte.

Ma ci sarebbe stato tempo!

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25/6/2020