Viaggio senza tempo - VI Canada



Siamo arrivati a Prince Rupert, porto di ingresso ufficiale in Canada. Ogni volta che si entra e si esce da una nazione è necessario preavvisare e sottoporsi alle visite necessarie. Per cui ci accostiamo al pontile riservato per questo, che è recintato da una rete verso terra che impedisce lo sbarco.

Canada, Inside Passage

L’Alaska ci ha mal abituati. Qui in Canada i funzionari della dogana sono cortesi, ma anche molto pignoli. Questo è il nostro primo assaggio delle pratiche burocratiche che incontreremo nel nostro futuro, sempre più complicate man mano che procederemo verso l’Asia, fino a culminare con quelle russe, che le battono tutte.

All’inizio del colloquio sembra che ci siano concessi solo tre mesi di permanenza. Tre mesi? E poi che facciamo, torniamo in Europa? Avevo escluso di svernare negli Stati Uniti per diverse ragioni. Un disastro. Spiego che pensavo di far fare dei lavori e che mi serve tutto l’inverno per questo, non so ancora dove, ma di certo dalle parti di Vancouver. Alla fine, si lasciano convincere e mi danno il permesso per un anno. Invece per la carabina che ho ancora a bordo per difesa dagli orsi polari, memore delle prescrizioni in vigore alle Svalbard, mi danno il permesso per tre mesi spiegandomi che non ci sarà problema a prolungarlo, basta chiedere. Si fa così per liberarsi di un problema…


Prince Rupert

Prince Rupert è una cittadina assai tranquilla, terminal della ferrovia transcontinentale e dell’autostrada. Gironzoliamo un po’ facendo anche qualche acquisto di minuteria navale nel primo negozio per diportisti che troviamo vicino al porto. Si trova in una baia al fondo della Dixon Entrance, il terzo ampio passaggio da nord aperto nell’arcipelago che fronteggia la costa continentale.

Non penso che avremo il tempo di visitare la grande isola di Queen Charlotte più a sud che deve essere molto interessante, ma abbiamo i giorni contati perché Salvatore deve rientrare in Italia e penso che sia più simpatico fargli visitare qualche “inlet” all’interno dell’Isola di Vancouver. Per di più la costa occidentale della Queen Charlotte è aperta sull’Oceano e questo potrebbe limitarne le possibilità di accesso.

Ho tracciato quindi una rotta che ci porti il più rapidamente possibile nella zona dell’Isola di Vancouver, dove passare un po’ di tempo a fare i turisti. La cosa ha dei lati negativi, perché si sviluppa lungo dei canali diritti e assai poco scenografici, escludendo la visita di tutti quelli che si inoltrano nel continente, e la nostra navigazione risulta assai noiosa per due o tre giorni. Incontriamo chiatte e navi da crociera e non possiamo abbassare la guardia anche per via dei tronchi galleggianti. Neppure le soste sono semplici perché le rive sono dritte e scoscese, ma bene o male qualche posto per fermarci lo troviamo lo stesso.

Dei delfini vengono a farci compagnia per qualche minuto, ma sono praticamente le sole creature viventi qui intorno: niente uccelli e niente salmoni in mare!

La vita torna a farsi vedere quando ci avviciniamo al Queen Charlotte Sound, la quarta grande lacuna che si apre sull’Oceano a nord dell’Isola di Vancouver.

Ci sono anche i pescatori nel Fitz Hug Sound, l’ultimo braccio di mare protetto che percorriamo e che ci consente di limitare a una decina di miglia la zona esposta all’oceano. Le loro barche sono molto più piccole di quelle in uso in Alaska e mi sembra che usino anche un’attrezzatura diversa, ma passiamo loro piuttosto distante per esserne sicuri. L’ultima sosta la facciamo in un seno protetto nel quale entriamo attraverso uno stretto passaggio tra gli scogli sfruttando appieno il nostro poco pescaggio. Riproviamo a pescare dalla barca con la canna da lancio che avevamo acquistato a Petersburg, ma anche questa, che è la terza o quarta volta, rimane senza successo. Sorge il motivato dubbio che sia a causa della nostra inesperienza!

Più oltre si apre lo Slingsby Channel alla fine del quale c’è uno stretto passaggio che porta a un ampio dedalo di canali e inlet e che varrebbe da solo una settimana di esplorazioni. Il passaggio è attraversato da un flusso d’acqua così importante ed è così stretto che ad ogni marea si forma una vera e propria cascata. La mancanza di tempo e la preoccupazione di dover passare accuratamente durante la brevissima stanca di marea ci fanno a malincuore rinunciare all’interessante esplorazione.


Nebbia a Queen Charlotte

L’acqua dell’oceano che entra nel Queen Charlotte Sound è fredda e presto siamo avvolti in una fitta nebbia mentre dondoliamo sull’onda lunga oceanica. Non sappiamo se c’è traffico intorno: il radar ha smesso di funzionare in Groenlandia e a Seward non c’era alcun servizio di manutenzione. Ne sento la mancanza e non per la prima volta. Per fortuna dura poco e non appena ci inoltriamo nelle acque più protette comprese tra l’Isola di Vancouver e la costa, il Queen Charlotte Strait (che fantasia!) disseminate di isolette e scogli, la visibilità torna buona.

Non riusciremo ad arrivare prima di sera in fondo allo Stretto dove comincia la zona più interessante e che in parte già conosco e ci interroghiamo su dove fermarci in sicurezza.

Le carte che abbiamo, pur dettagliate, non sono prodighe di suggerimenti in proposito. C’è una specie di lago interno protetto da un’isola verso lo Stretto, tutto circondato da rive che scoprono durante la bassa marea e con un ingresso stretto e disseminato di scogli, che pare fatto apposta e ci infiliamo lì dentro con cautela, ma con il tempo così calmo non c’è alcun problema.

Salvo il primo giorno e un altro paio traversando verso Juneau, da quando siamo partiti da King Cove non abbiamo avuto mai neanche un po’ di brezza.

Ci ancoriamo in compagnia di un’altra barca, distante. Sarebbe un posto stupendo se ci fosse anche un po’ di vita animale intorno, invece niente, neanche un pesciolino che si faccia invogliare dalla nostra lenza! Tutta la costa a partire dall’Isola di Kodiak è coperta di grandi abeti di tre o quattro specie diverse, ma così simili ai nostri occhi inesperti che non siamo in grado di riconoscerli. L’effetto che produce questo manto verde scuro dal sottobosco misterioso ha il fascino dell’ignoto e del mistero, uno spettacolo che vale da solo il viaggio, come dicevano le guide turistiche di una volta.

Canada, tra la costa e Vancouver Island

Questa parte della Columbia Britannica è frammentata in una quantità di isole e isolette separate da stretti canali senza direzioni preferenziali e percorsi spesso da forti correnti di marea, strette tra la costa e la grande Isola di Vancouver disposta parallelamente al continente. Questo è tagliato da alcuni lunghi “inlet”, o fiordi, residui di enormi ghiacciai ormai quasi completamente scomparsi.

Gli ancoraggi sono sparsi e piuttosto difficili, perché i canali sono spesso molto profondi e con le pareti ripide. Le relativamente poche anse con fondali ragionevoli sono sovente racchiuse dietro a scogli e bassifondi e piene di kelp.

Ci addentriamo verso l’interno, fermandoci tra le isole ed esplorando un po’ i dintorni e tentando ancora invano di pescare, proseguendo poi lungo un percorso che ci porta molto addentro al continente.


Deforestazione, Knight Inlet

Le foreste ai lati sono rigogliose, ma hanno un aspetto un po’ strano rispetto a quello che ci aspetteremmo e che vedevamo dappertutto in Alaska. Non sappiamo spiegarci il perché fin quando un po’ più avanti ci troviamo a guardare un intero fianco di una montagna completamente disboscato. Si vedono le macchine operatrici in funziona e cataste di tronchi accumulate qua e là, mentre la terra è rimasta priva di qualsiasi traccia di vegetazione. Allora comprendiamo la stranezza dei boschi: hanno alberi della stessa età che devono essere il risultato di piantagioni in rimpiazzo dei disboscamenti. Diversamente di quello che succede da noi, dove vengono lasciati alberi vecchi qua e là per rinnovare spontaneamente i boschi.

Restiamo con l’amaro in bocca: altro che paesaggio naturale! Mancano anche gli animali: con questo disastro non c’è da stupirsi.

Non arriviamo fino in fondo allo Knight Inlet: è sera e più oltre mancano gli ancoraggi. Qui sulla dritta c’è un piccolo promontorio, McDonald Point, che ci dà due scelte dai suoi due lati. Scelgo quello a est pur essendo un po’ esposto al vento che adesso soffia da nord, ma è più riparato rispetto all’asse del fiordo e così ci fermiamo in una larga ansa contornata da un tratto di foresta intatta. Più oltre si apre una larga baia alla cui testa sembra esserci una piana alluvionale.

Dalla parte opposta della baia è stata costruita una grande struttura che si rivela essere un resort, probabilmente di lusso, visto che vi atterrano diversi idrovolanti che portano gli ospiti.

Il giorno dopo andiamo a fare un giro in gommone e siamo gratificati finalmente da incontri multipli con orsi grizzly, cervi e anatre. Speravamo di vedere anche i salmoni risalire il fiumiciattolo che si getta nella baia, ma si vede che non sono ancora arrivati fin qui.


Cervi a Glendale Cove

È ora di tornare indietro. Lungo la rotta ci fermiamo a una stazione abbandonata che già conoscevo: Minstrel Cove. I pontili e gli edifici abbandonati sono ancora più degradati di come me li ricordavo: è naturale, sono passati quasi dieci anni. Ci sono anche due o tre altre barche, perché i fondali qui intorno sono profondi e questa è una sosta situata in posizione strategica per visitare i dintorni. Scambiamo due parole con i nostri vicini e ne otteniamo notizie interessanti, soprattutto per la prossima sosta invernale. Una breve gita tra le case abbandonate e i dintorni boscosi ci dà un’idea del posto, ma non ce ne spieghiamo l’abbandono. Forse è dovuto alla costruzione di un pontile più moderno, protetto e attrezzato proprio qui vicino, girato l’angolo.

Ci dobbiamo muovere verso Campbell River, una cittadina da cui Salvatore partirà per l’Italia fra pochi giorni. Facciamo una bella navigazione con anche un po’ di vela lungo il canale principale Johnstone Strait da cui dipartiamo, incontrando per via un trasporto di tronchi flottanti, per andare a gettare l’ancora in ben 30 metri di fondo insieme a un gruppo di altre barche, protetti dentro la baia completamente chiusa che si apre su un canale laterale.

Il buio è perfetto e la sera ascoltiamo alcune grida animali che non riusciamo a identificare.

Passo una pessima notte in preda al mal di stomaco per qualcosa che ho mangiato e alla mattina sono distrutto. Salvatore si offre di governare da solo. Procediamo affrontando anche alcune interessanti rapide per poi ancorarci in una baia molto protetta e scenografica. Mi sto riprendendo e quando ancoriamo sono in grado di dare una mano a Salvatore.


Insenatura a Nodales Channel

La piccola insenatura ci avvolge con un manto di conifere intatte, abbarbicate sopra una piccola cresta rocciosa protesa in avanti a nascondere la foce di un ruscelletto. Nell’acqua limpida sfiorata dai raggi del sole al tramonto ci sono rocce visibili e pesciolini che si affannano a rifocillarsi. Uno tra i più begli ancoraggi di questo tratto di costa.

L’indomani affrontiamo le forti correnti dei Seymour Narrows, che il portolano consiglia vivamente di passare in stanca. L’ho attraversato già diverse volte e devo riconoscere che sono davvero impressionanti. Però il passaggio è ampio e se non c’è traffico di navi e con calma di vento non è particolarmente pericoloso, ma le controcorrenti e i vortici potrebbero far perdere facilmente il controllo della barca.

Subito a sud dei Narrows c’è la nostra meta: Campbell River, che ha diversi porticcioli. È cambiato da quando sono stato qui: la cittadina si è sviluppata in un centro turistico vero e proprio perdendo un pochino di atmosfera, ma guadagnando in comodità.

Il porticciolo centrale, dove mi attracco, è vicino ai negozi e un po’ meno pretenzioso del marina più grande dove avevo attraccato in passato, ma che ora sembra non abbia posto.

Salvatore torna a casa, lasciandomi solo ad attendere una coppia di ospiti che non conosco ancora. Li incontro all’aeroporto e si adattano subito, rivelandosi molto simpatici.


Il nostro vagabondare fra i canali

Li porto su fino al Bute Inlet, un fiordo parallelo allo Knight Inlet dove avevamo incontrato molti animali. Per via ci fermiamo in un piccolo ancoraggio protetto dove riusciamo anche a pescare un salmone, l’unica preda decente di tutto il viaggio!

Purtroppo, il Bute Inlet, dove contavo di fermarmi, non ha più ancoraggi utilizzabili. Uno è colmo di tronchi e un altro è diventato privato. Sottopongo quindi i miei ospiti a una lunga e noiosa navigazione, anche perché gli orsi che avevamo visto la volta scorsa ora non si mostrano.

Davanti al Cordero Channel al nostro traverso, da cui stanno uscendo forti rami di corrente, passiamo un brutto momento.

Proprio per temermi lontano dalle correnti sto navigando lungo la riva opposta. Non c’è un alito di vento e procediamo a motore. In acqua galleggiano diversi pezzi di legno che arrivano dal labirinto di canali ad occidente. Un ciuffo di foglie davanti alla prua non mi genera alcun allarme, invece sentiamo un colpo sotto la chiglia e dopo un paio di secondi con un terrificante scossone il motore si ferma all’improvviso.

Sotto di me vedo il lungo tronco di una betulla fermo di traverso alla barca. La situazione è critica! La corrente ci sta portando con sé verso sud, ma siamo a un centinaio di metri da riva. Basta poco per farci finire sugli scogli. Sono preoccupato che l’arresto improvviso del motore abbia causato danni e, dopo aver valutato di quanto tempo posso disporre prima di finire troppo vicino agli scogli, vado sottocoperta a controllare il giunto dell’asse elica e il premistoppa.

Con mio grande sollievo non noto nulla di anormale. Grazie al costruttore!

Tornato in coperta, siamo sempre abbastanza distanti dalla riva, mi do da fare per togliere il tronco di betulla che vediamo bene solo ora. Siamo fortunati. Si sblocca subito e si allontana lentamente oltre la poppa.

Rimane da vedere se ci sono danni all’elica, Il motore riparte subito. Ingrano la marcia e l’elica torna a girare, senza vibrazioni! Che fortuna! E che elica quella della J-Prop!

Qualche danno minimo c’è stato, ne scoprirò poi uno quando alerò la barca a fine stagione e un altro due anni dopo, ma davvero un niente rispetto a quello che sarebbe successo con un’attrezzatura e una barca meno robuste.

I giorni che ci separano dal ritorno passano tranquilli e sereni e i miei ospiti rientrano soddisfatti in Italia. Tanto che uno ritornerà con me l’anno prossimo.

Nicoletta e Andreas mi raggiungono per portare la barca a Canoe Cove, dove finalmente ho trovato un cantiere che potrà tenere la barca a terra per il prossimo inverno, anche se sembra che abbiano qualche problema interno. Ne approfitteremo per gironzolare ancora un po’ da queste parti.

Il nostro primo obiettivo è tornare a Glendale Cove per vedere gli orsi. Lungo il percorso ne approfittiamo per fermarci in diverse baie interessanti e affrontare passaggi con forti correnti.

Entrando nello Knight Inlet troviamo una famiglia di orche che risalgono il fiordo nella nostra stessa direzione passando a pochi metri dalla riva rocciosa a picco. Che spettacolo! Navighiamo per un po’ insieme a loro che si lasciano riprendere in video per ricordo, prima di superarci agevolmente.

Gettiamo l’ancora nella stessa ansa di qualche settimana fa. Il giorno dopo andiamo in gommone verso la foce del fiumiciattolo. Questa volta ci raggiungono due barche del Resort piene di loro ospiti, le cui guide non sono per niente contente di vederci e cercano di tenerci lontano accampando ragioni improbabili. Non vogliamo creare problemi e benché la loro presenza non sia così piacevole rimaniamo accanto a loro, come richiesto.


Cuccioli di grizzly giocano

Questa volta salmoni stanno risalendo la corrente. C’è un’orsa con due piccoli accanto a noi e abbiamo agio di vederla tranquillamente attraversare il fiume. I due orsacchiotti giocano allegri e la presenza dei turisti non disturba affatto la famigliola. Ci sono aquile calve sulla riva che mangiano i resti dei salmoni e vediamo perfino un lupo passare accanto al margine della foresta.

Ce ne andiamo prima di quanto avremmo desiderato, ma la compagnia non ci è piaciuta.

Per tornare verso sud seguiamo un percorso diverso che ci porta attraverso a un altro stretto pieno di rapide, quel Cordero Channel che ha sputato la betulla che ha fermato il motore e che ci premuriamo di passare rigorosamente in stanca di marea. La nostra meta è un’insenatura profonda nel Desolation Sound.

Ci piace andare a ficcare il naso in anfratti remoti: più sono difficili da raggiungere e meno probabile è trovare altra gente. L’isolamento, in teoria, rende più probabile l’avvistamento di animali.

Il tempo è piovoso e il cielo grigio e molto basso. Siamo circondati dalla foresta. Da queste parti dovrebbero esserci degli scoiattoli volanti, ma le chiome degli alberi sono deserte. In compenso l’acqua è talmente carica di meduse da bloccare completamente il filtro di aspirazione del motore, che si ferma. Eravamo già ancorati, per fortuna.

Prima di attraversare lo Strait of Georgia, il braccio di mare che divide l’Isola di Vancouver dal continente, ci fermiamo nel porto di Lund che ha una serie di cassoni galleggianti scalati fra loro come frangiflutti. Con una manovra di precisione mi ormeggio in un colpo solo tra la sporgenza di uno dei cassoni e una barca già ormeggiata che mi lascia non più di un metro libero a prua e a poppa.

Continuiamo lungo la costa continentale per avvantaggiarci della protezione della lunga isola di Texada. Il tempo, che era stato tutto il giorno coperto, verso sera si apre. Ci capita anche di dare una mano a un tizio che era rimasto in panne col figlio su di una barchetta trainandolo fino davanti a casa, proprio prima di ancorarci.

Il giorno successivo col brutto tempo e con un discreto vento, che ci permette d’andare finalmente un po’ a vela, traversiamo lo stretto fino a una baia sulla costa opposta dove ci fermiamo giusto il tempo necessario per riposarci un po’ prima di riprendere la rotta fino alla grande baia protetta di Nanaimo dove gettiamo l’ancora in sicurezza.

Il giorno dopo, l’ultimo del nostro viaggio, attraversiamo diversi passaggi stretti e turbolenti, soprattutto il primo, che mette a dura prova i nostri nervi, guai se il motore si fermasse qui. La corrente, contraria, ci porterebbe direttamente sulle rocce, ma non ho voglia di aspettare la stanca.


Ricoveri per barche a Canoe Cove

Arrivati a Canoe Cove, nascosta proprio dietro una punta dopo il terminal dei traghetti per Vancouver, peniamo un po’ a renderci conto della posizione del porticciolo, che sembra molto più piccolo di quello che è in realtà. Ci infiliamo in un braccio del porto tra due file di curiose casette allineate dalle porte blu che fungono da rimesse per le barche. Alla fine, ci ormeggiamo di andana accanto alla struttura del travel lift, che però non si vede da nessuna parte.

La ragione, presto chiarita dai responsabili, è che il vecchio travel lift è caduto in acqua (!) e che ne stanno aspettando uno nuovo: speriamo che arrivi presto.

Nico e Andreas mi lasciano lì in attesa del travel lift per tornare in Italia.

Mentre aspetto mi capitano alcune interessanti avventure.

La Dogana mi viene a trovare e mi interroga sulla mia permanenza a Glendale Cove e sui dettagli del nostro viaggio, perché i simpatici gestori del resort di quel posto mi hanno denunciato per aver violato, secondo loro, diverse leggi, cosa che ovviamente non ho fatto e di cui fatico un po’ a convincere i doganieri. I bastardi cercano malignamente di avere di fatto l’esclusiva del turismo del posto. Dopo questo episodio e quello di Glacier Bay non esito ad affermare che in fatto di mafia Stati Uniti a Canada non hanno molto da imparare da noi.

I funzionari del Canada non mi sono particolarmente simpatici: scopro con molta fatica di non poter in alcun modo conservare la carabina e di doverla consegnare prima di partire, pena grossi guai al mio ritorno. Appena consegnata, badate, non un minuto prima, mi dicono che avrei potuto benissimo tenerla se avessi chiesto il porto d’armi, che mi avrebbero senz’altro concesso! Avrei avuto tutto il tempo per ottenerlo se me lo avessero detto il giorno che sono venuti a fare le verifiche in barca, e sì che avevo loro chiesto informazioni in proposito. Che simpatici!

Faccio anche amicizia con un vicino che si entusiasma alle mie avventure. Gli regalo qualche gadget e la bandiera della barca cui tiene molto. Mi presta generosamente la sua macchina per andare nella vicina cittadina. Al pomeriggio viene sempre da me già completamente brillo di birra portandomene una lattina da bere insieme e una volta anche con una bella bistecca. Mi racconta sempre la storia di come ha incontrato sua moglie: la imparo a memoria. L’ultimo giorno, fortunatamente per me, mi racconta anche che è amico del capo mafia di Toronto cui faceva dei favori mentre era in prigione per rapina…

Mi congratulo di essere sempre stato cortese con lui!

Finalmente arriva il travel lift, nuovo nuovo, e Best Explorer è la prima barca a inaugurarlo, senza problemi.

A terra scopro che la betulla aveva piegato una delle lame del tagliacime inclinandola verso poppa, per fortuna. Un danno davvero minimo.

Ciao “Best”, ci rivediamo qui fra qualche mese!

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8/7/2020