Viaggio senza tempo VII

Canada, Canoe Cove

Il traghetto da Vancouver ci sbarca a pochi metri da “Best Explorer”, separato dall’autostrada da una sottile fascia di neri e snelli abeti che bastano per proteggerci dal rumore e dalla confusione.

Siamo in cinque: Paolo e Bernard e il dottore che era già venuto l’anno scorso a Campbell River, attratti dal viaggio oceanico e dalla meta esotica della Baja California, più io, naturalmente. S’è aggiunto a noi un altro francese taciturno, Thierry, amico di Paolo e Bernard, un nuovo ospite per la nostra barca.


La traccia da Canoe Cove a Guaymas

Sul piazzale del cantiere c’è ancora neve e il cielo è coperto e piovoso. Non abbiamo molto da fare per preparare la barca: una serie di lavori è stata completata in mia assenza.


Best in procinto di essere varata

Mentre ci diamo da fare le nubi del cielo si prolungano anche sulla nostra compagnia. Non era mai ancora successo, ma ora è capitato. Sarà un po’ colpa del tempo, un po’ del fatto che il dottore non parla francese, un po’ un conflitto di caratteri, fatto sta che il dottore è sempre più a disagio. Non l’avevo proprio immaginato: una persona con tutte le caratteristiche del piacevole compagno adattabile e gioviale si sta rapidamente isolando e chiudendo in sé stesso. Sono preoccupato e non so cosa fare soprattutto perché non riguarda il rapporto con me, cordialissimo, ma non lega con gli altri che, è vero, fanno un po’ gruppo a sé, ma è inevitabile che parte delle conversazioni si svolgano in francese. I due transalpini masticano appena l’italiano e sono stato sorpreso di scoprire che il dottore non conoscesse quella lingua.

Per il momento la crisi è superata, ma durerà?

Malgrado il tempo poco favorevole decido di passare una notte all’ancora qui vicino contando nell’effetto positivo di un po’ di navigazione e insieme di approfittarne per controllare che ogni cosa funzioni, col supporto eventuale del cantiere.

Il varo è andato liscio come l’olio e ho approfittato di nuovo per controllare il dislocamento della barca con gli strumenti del travel lift. Carica fino all’orlo di gasolio e di acqua è esattamente venticinque tonnellate come a Seward: prima non avevo avuto mai la possibilità di verificarlo.

L’uscita dal canale del travel lift, orlato di casette azzurre per barche, dà su uno stretto passaggio pieno di scoglietti e percorso da una generosa corrente. Ci siamo appena infilati dentro che il motore si ferma. Non c’è tempo per scoprire la causa del problema: corro al verricello per calare l’ancora prima che la corrente ci porti sugli scogli che spuntano minacciosi dall’acqua appena un centinaio di metri a poppa e naturalmente il pulsante di comando non funziona! Fortuna che c’è la frizione e con quella l’ancora scende e prende. Uffa! I miei amici non hanno l’aria soddisfatta…

Sono stupidaggini: una valvola del carburante che è stata chiusa accidentalmente e subito riaperta e un pulsante prontamente sostituito. Un caffè per riprender fiato e si riparte.

La breve gita serve a rilassare l’atmosfera. Anche se il tempo è umido e freddo le foreste intorno a noi, che qui sono intatte, creano un’atmosfera di altri tempi.

Stati Uniti

Il giorno di partire arriva subito. Le pratiche di uscita non sono complicate e l’ingresso negli Stati Uniti avverrà in un’isoletta a poche decine di miglia da qui. Ci hanno avvertito che là i doganieri sono particolarmente pignoli, ma non siamo preoccupati: non abbiamo nulla da nascondere e neppure molte provviste perché il prossimo porto sarà San Francisco che non impiegheremo molto a raggiungere.

Mentre svicoliamo tra le isole all’inizio dello Stetto di Juan de Fuca, l’ultimo passaggio a sud che porta all’Oceano Pacifico, il tempo si fa sereno e tiepido. Il paesaggio cambia diventando più addomesticato e il porticciolo di Friday Harbour dove siamo diretti è ben protetto e praticamente vuoto così presto nella stagione, siamo a marzo. Il doganiere che ci accoglie potrebbe ben essere il prototipo del burocrate ottuso e presuntuoso, campione anche tra i suoi concittadini, anche perché dopo tutte le domande, ripetute a tutti noi, non viene neppure a dare un’occhiata alla barca. Bene così!

La rotta fino a San Francisco fronteggia una costa lunga e pericolosa, priva di ripari se si eccettuano le foci dei fiumi, rischiose perché si trasformano facilmente in trappole in caso di mare grosso. Peccato, perché sia lo Stato di Washington che quello dell’Oregon hanno panorami spettacolari.

Le previsioni sono ottime, ma preferisco portarmi comunque molto al largo. Nello Stretto si comincia a percepire l’onda lunga che ci accompagnerà fino a San Francisco e qualcuno tra noi ne soffre un po’. L’Oceano è freddo, nebbioso, deserto, ma tranquillo.

Il viaggio è senza storia, ma anche senza grande gioia a bordo: non c’è atmosfera ed è uno sforzo tenere viva la conversazione.

Non incontriamo problemi e affrontiamo solo un’unica piccola incertezza avvicinandoci al Golden Gate, l’ingresso nella baia di San Francisco. C’è nebbia fitta, sono sempre senza radar perché neppure a Canoe Cove sono stati in grado di ripararmelo. C’è sicuramente traffico intenso davanti a noi e la corrente, all’ingresso, fa scherzi inattesi per via del fondo irregolare.

Alla fine, decido di passare vicino a riva tra la costa e i bassifondi. La scelta è buona, ma i frangenti tra noi e il largo sono impressionanti così come quelli sulle rocce della costa non molto distanti. Mentre eravamo al largo sembrava che non ci fosse quasi mare, ma l’onda lunga arrivando sui bassifondi viene frenata e si alza di molti metri rompendosi con fragore.

Il famoso ponte sospeso è nascosto dalla nebbia. Scrutiamo nel grigio ansiosi di scorgerlo. Le fondamenta dei grandi pilastri sono le prime ad apparire tra i suoni lugubri delle sirene da nebbia mentre ancora l’impalcato rimane nascosto. Però la nebbia si alza magicamente proprio mentre ci passiamo sotto: per quanto me lo aspettassi è una bella emozione! Subito dopo l’aria diventa in pochi metri tersa e azzurra e San Francisco ci si apre tutta davanti. Urrà!! Ci sono stato da terra trent’anni fa e mentre osservavo da riva i mulinelli della corrente sotto al ponte non supponevo affatto che ci sarei passato un giorno con la mia barca.

Nicoletta ci ha prenotato un posto al famoso Pier 39.


I leoni marini di Pier 39

L’ingresso della darsena è strettissimo e spazzato da una forte corrente trasversale, meglio che il motore non si fermi qui!

I primi pontili nell’interno sono occupati da legioni di leoni marini puzzolenti e rumorosissimi: speriamo che ci lascino riposare!

Ora relax e un po’ di visite turistiche, magari l’atmosfera si rasserena. È anche il giorno di San Patrizio e giovani fanciulle con short verdi improbabilmente corti ci passano accanto mentre passeggiamo sul lungomare.


Bella la festa di San Partizio!

Non funziona: il dottore ha deciso di lasciarci, me lo comunica separatamente. Ha problemi casalinghi, ma sospetto che il clima di bordo sia stato troppo pesante per lui. Non è gradevole trovarsi all’improvviso ad avere ridotto l’equipaggio e per di più per motivi di carattere, ma noi quattro siamo tutti capaci e ce la caveremo. Se non altro ci sarà meno tensione.

La prossima meta è San Diego, a pochi passi dal confine messicano e porto ufficiale di uscita. Il tempo è calmo e la costa californiana così rinomata scorre accanto a noi senza che ne possiamo apprezzare le caratteristiche. In Messico abbiamo appuntamento con Nicoletta, Giulio e Raffaella e una sosta sarebbe comunque troppo breve per permetterci di fare i turisti.

Davanti a Santa Barbara e Los Angeles ci sono diverse isole e malgrado la fretta facciamo un pensierino per farci una sosta, ma diverse considerazioni anche nautiche ci sconsigliano e a malincuore procediamo oltre.

Anche a San Diego la sosta è brevissima, solo il tempo di completare le pratiche con due funzionari come al solito sgradevoli, ma almeno veloci.

Messico

Ensenada, la porta di ingresso nel paese, viene raggiunta in poche ore. Qui è tutta un’altra cosa. Temevo complicazioni burocratiche, invece, pur essendo più lunghe e complicate che negli Stati Uniti, tutte le varie autorità, immigrazione, dogana, sanità, pesca, sono riunite nello stesso spazio e passiamo facilmente da una all’altra senza problemi.

L’impressione generale è molto favorevole. Non c’è l’atmosfera asettica e contemporaneamente discriminatoria dei potenti vicini, ma la gente, generalmente molto meno obesa, ha un aspetto migliore: i meno abbienti non sembrano dei reietti senza speranza e la gente ha l’aria serena invece che imbronciata.

Una sorpresa è anche il permesso di sosta per la barca che qui è generalmente valido per ben dieci anni: altro che i tre mesi ufficiali del Canada!

Tra poco ci raggiungeranno gli amici. Sperano, come noi, di vedere le famose balene grigie, anche se ormai la stagione della riproduzione volge probabilmente al termine. Abbiamo davanti a noi pochissimi giorni perché loro dovranno tornare in Italia fra una settimana e la penisola della Baja California è assai lunga. Le lagune aperte sul Pacifico, nursery delle balene, non sono facilmente avvicinabili e se l’oceano si svegliasse avremmo sicuramente dei problemi.

L’unica meta certamente accessibile sarà Bahia Magdalena distante più di 500 miglia.

Il viaggio è però rapido e tranquillo: l’oceano si mantiene calmo. Quest’anno si stanno ripetendo le condizioni di alta pressione e assenza di vento dell’anno scorso. Facciamo un’unica sosta per mangiare tranquilli in una piccola e piacevole baia riparata, una delle poche se non l’unica, poi a Bahia Magdalena, con emozione, incontriamo subito tre balene grigie proprio davanti all’entrata.


Una manciata di galatee raccolte sulla spiaggia

La baia è molto grande e le scelte per ancorarsi sono molte. Scegliamo di farlo davanti a un villaggio pieno di galletti che cantano giorno e notte. Una mattina la spiaggia si presenta bordata color rosso fuoco. Durante la notte c’è stato l’arrivo di milioni di galatee, piccoli crostacei rossi che si concentrano per la riproduzione e muoiono spiaggiandosi a mucchi. I pescatori ci dicono che non sono praticamente commestibili. Stranamente non sembrano neppure attrarre gabbiani.

Domani Nicoletta, Giulio e Raffaella verranno prelevati da un pescatore per essere trasbordati fino alla vicina Puerto San Carlos, al fondo di un canale dai bassi fondali, da cui un autobus li porterà all’aeroporto internazionale di La Paz, dall’altra parte della stretta penisola. Per oggi approfittiamo di un po’ di vento per goderci una bella giornata di vela nella baia, con visione di balene.

Loro tre avranno l’emozione di passare a distanza di mano da una tranquilla balena grigia che dà loro un magnifico gradito arrivederci.

Noi invece ci dirigiamo verso il famoso Cabo San Lucas, sull’estrema punta della penisola della Baja California, dove il silenzioso Thierry ci deve lasciare. Non è stato molto fortunato: durante tutto il viaggio ha sperato di pescare, ma l’unico successo che ha ottenuto è stato quello di ingarbugliare inestricabilmente tutte le mie lenze!


Avvicinamento a Cabo San Lucas

Dopo la costa deserta e contornata da dune interminabili Cabo San Lucas è un pugno in un occhio: coperto da recenti condomini inframezzati da verdi campi di golf (nel deserto!) è il compendio del potere stupratore del denaro nordamericano.

Il porto è un moderno marina, carissimo, pieno di fishermen, la cui unica grazia sono i faraglioni posti sulla punta estrema del capo. Malgrado l’aspetto protetto non è un porto sicuro spazzato com’è con discreta frequenza dai cicloni tropicali.

I locali di divertimento e i molti negozi che vendono liberamente viagra e cialis con esplicite pubblicità a grandezza naturale fasciano il lungomare, mentre le strade interne prendono rapidamente l’aspetto tranquillo di un paesino messicano un po’ degradato.

Lasciato Thierry non abbiamo rimpianti a dirigerci verso La Paz e lasciare questo concentrato di superficialità e consumismo per tuffarci nella natura selvaggia che giganteggia ancora nel mio ricordo.

Mar di Cortez


La traccia percorsa in Baja California

Le megattere in migrazione ci accompagnano quasi subito e ci rallegrano durante le centocinquanta miglia da percorrere.

Di bolina dopo La Paz

La Paz è cresciuta un po’ negli ultimi dieci anni e l’accoglienza nautica è più organizzata. La volta precedente, quando avevamo noleggiato una vela da una agenzia di fama mondiale, nauticamente immeritata, ci avevano espressamente vietato di percorrere certe rotte considerate troppo pericolose. Lo credo bene, dato il livello medio di capacità dei loro clienti! Noi ora possiamo fregarcene ampiamente e seguiamo liberamente i nostri desideri e istinti: non ci sono pericoli particolari, salvo quelli creati dalle carte nautiche molto approssimative.

La nostra meta finale è Guaymas, sull’altra riva del Mar di Cortez, il mare interno che divide la penisola dal continente, largo un po’ meno dell’Adriatico e lungo una volta e mezza, ma molto più profondo: un piccolo braccio di oceano.

Risaliremo la costa occidentale fino a Santa Rosalia e poi l’attraverseremo fino a Guaymas.


I delfini (comuni, delphinus delphis) ci fanno compagnia

Conosco la costa e qualche ancoraggio fino a Loreto e per strada ci fermiamo in alcuni di questi, spettacolari come mi ricordavo. Le coste desertiche con rocce a strapiombo da un lato striate di molte sfumature rossastre e altrove le pendici coperte di cactus, l’aria nettamente più dolce e secca di quella dell’oceano, il mare scurissimo e pulito e la luce del tropico contribuiscono a renderci allegri ed entusiasti. Un bel vento aggiunge spezie alla nostra navigazione che ci fa persino apprezzare un po’ di bolina, normalmente schivata per quanto possibile dai “blue water sailor”.

Sopra di noi volano alcune fregate, con le lunghe ali angolate che conferiscono loro un aspetto diabolico e che si vanno a posare sui cactus della costa. Ci sono relativamente pochi animali rispetto alla mia prima visita, ma è difficile fare confronti con così pochi giorni di permanenza. Tuttavia, a nord dell’Isla San Josè incontriamo un branco immenso di delfini (saranno gli stessi di dieci anni fa?) che caracollano gioiosamente intorno a noi.

Dobbiamo ancorarci in un’insenatura appena accennata accanto alla meravigliosa Honeymoon Cove, dove non possiamo entrare perché l’unico posto disponibile è già occupato da un’altra barca. Qui le carte nautiche, come già detto, sono approssimative. Solo i porti principali sono mappati correttamente e con le giuste coordinate.

Esploriamo una grande baia prima di arrivare a Santa Rosalia, villaggio minerario molto caratteristico dove vediamo per la prima volta le camionette militari con soldati armati fino ai denti che pattugliano le strade, ma noi non percepiamo pericoli: forse non abbiamo ancora fatto l’occhio all’ambiente.

Avvoltoi e pellicani aspettano i residui della pesca sulle banchine del porto semi rovinato.

Avvoltoi in attesa dei pescatori

La traversata verso Guaymas ci regala l’incontro emozionante con un gruppo di cinque capodogli e la splendida visione del profilo della sierra e delle rocce vulcaniche di guardia alla città.

Rimango solo, ormeggiato al piccolo pontile della cittadina gestito da ben sei funzionari, ognuno avrebbe non più di una barca e mezza da guardare, ma ci sono almeno tre se non quattro livelli gerarchici e comunque tutte le pratiche sono svolte unicamente dall’alta, gentile, carina e riservata Ariana.


La cattedrale di Guaymas, una delle prime del Messico

Nella breve attesa che Nicoletta, Margherita, Silvia, Barbara e Lucia arrivino per una vacanza un po’ più lunga gironzolo per la città cercando di ambientarmi e di trovare i fornitori, comunque scarsissimi e modesti, di materiale adatto.

C’è un misto di modernità e di arretratezza. Le strade sono piuttosto maltenute, ma la gente ha un bell’aspetto. Gli studenti sono tutti vestiti molto bene con delle divise identiche e molto curate. I supermercati sono pieni di frutta e di verdura locali e di scatolame statunitense. Mancano, ma ormai dovremo abituarci, i formaggi e quei pochi sembrano di plastica. In compenso il vino è a miglior prezzo.

Il clima è dolce e secco, i funzionari fieri e rispettosi. Qui mi trovo abbastanza bene, certo meglio che nel nord. Non conosco lo spagnolo, ma per un italiano non è difficile capirlo e comunque molti parlano inglese, quando la conversazione dovesse essere più precisa.

Con le ragazze sistemate a bordo, dopo una breve piacevole navigazione facciamo una prima sosta nel vicino porto di San Carlos, l’unico per molte centinaia di miglia dove si possa fare acqua e carburante. La passione di Margherita per la pesca si infiamma subito con una bella cattura in rada, fin troppo semplice. L’aria dolce della notte contribuisce alla generale allegria. È bello avere di nuovo la compagnia di persone con cui c’è grande sintonia, anche se con Paolo e Bernard si va molto d’accordo e si naviga bene insieme.


Un pellicano in partenza

Il viaggio verso nord ha come meta Tiburon, un’isola non lontana dalla costa orientale che dovrebbe offrire diversi ripari. I venti in questa stagione presentano ancora una certa prevalenza da nord e siccome le coste non sono poi così ricche di insenature bisogna applicarsi un po’ nella pianificazione della rotta, soprattutto se le persone a bordo non sono tutte abituate alla navigazione di altura.


All'ancora nel deserto

Non ci mancano le occasioni per fare soste e per ammirare spettacoli ciascuno dei quali varrebbe altrimenti il viaggio: i leoni marini attorno all’isola scoscesa e selvaggia di San Pedro Nolasco, i marlin che saltano fuori dall’acqua al largo, i diversi tipi di cactus della costa, la distesa infinita di meduse azzurre davanti ai bassifondi che fronteggiano la piana di Hermosillo e infine le balenottere comuni che caracollano a poca distanza proprio a sud di Tiburon.

Il giorno dopo traversiamo il Mar di Cortez, che viene chiamato anche Golfo di California, fino al primo riparo della costa esistente a nord di Santa Rosalia, una baia relativamente aperta che non ci sembra particolarmente notevole, ma che rappresenta una sosta molto opportuna lungo questa parte della costa.


Baia a Salsipuedes

La prossima meta sarà una piccola insenatura nell’sola di Salsipuedes. Il nome è poco promettente, perché significa “sbarca se ci riesci”. Confido nel poco pescaggio di “Best Explorer”, ma i problemi che incontriamo hanno poco a che fare col pescaggio. Le carte riportano in modo errato sia il numero che la posizione delle isole che si trovano in mezzo al Golfo. Non ho ancora sviluppato la tecnica, che mi insegneranno più tardi con strumenti informatici che stanno per ora nel futuro, di usare le foto satellitari per la navigazione. Riusciamo bene o male a individuare l’isola e ci avviciniamo a una piccola baia, consci che ci possono essere scogli sommersi nelle vicinanze.

I numerosissimi pellicani dell’isola ospitano una colonia di milioni di moschini fastidiosissimi. Per il resto l’isoletta è un punto di osservazione fantastico: dalle sue alture la vista spazia per tutto il giro dell’orizzonte e ci lascia vedere sia la costa continentale che quella della penisola. Paesaggi desertici dagli intensi colori rugginosi che contrastano vivamente con il blu profondo delle acque, dove nuota una megattera col suo piccolo.


Balenottera comune accanto alla barca

La nostra gita prosegue verso nord fino alla grande baia di Bahia de los Angeles, per ora ancora priva di visitatori terrestri e marini nordamericani e quindi ancora del tutto amichevole nella sua estrema povertà. I cetacei sono piuttosto numerosi in queste acque e non si fanno pregare per farsi osservare. Mancano, con disappunto di Nicoletta e mio, le balenottere azzurre che avevamo osservato durante il nostro primo viaggio in queste acque. In compenso abbiamo agio di ammirare lo spettacolo eccezionale di un gruppo di calamari di Humboldt, pericolosissimi grandi cefalopodi notturni che infestano queste acque, che affiorano a sorpresa nella luce dorata del tramonto, forse per un rito di accoppiamento, con grande effimero spettacolo di spruzzi e di tentacoli che ruotano fuori della superficie.

Ritorniamo verso sud partendo di notte, cosa non del tutto salutare qui, dove le carte sono così incerte, senza radar e col rischio di incontri umani poco piacevoli: da qui verso nord è segnalata la presenza di traffici molto poco chiari. Il pericolo lo corriamo davvero passando accanto a degli scogli invisibili che avrebbero dovuto trovarsi un paio di miglia più a sud e che evitiamo coll’osservazione continua dell’ecoscandaglio e col sesto senso di Nicoletta.

A Tiburon subiamo un’invasione di migliaia di api venute a cercare un po’ di acqua. Le cabine ne sono invase e riesco a liberarmene solo facendomi chiudere dentro con loro e risucchiandole con l’aspirapolvere.

La notte successiva sarà una flotta di pescherecci a crearci problemi. Non so perché, ma tutte le volte che ho incontrato questi lavoratori del mare ho avuto la sensazione che si impegnassero volutamente a cambiare rotta proprio mentre stiamo passando loro vicino costringendoci a manovre dell’ultimo minuto, mai certi che non volessero ripetere le loro inconsulte mosse. D’altra parte non pescano quasi mai da soli e passare al largo delle flotte non è tanto semplice.

Le ragazze sbarcano a Marina Real, un altro porto turistico accanto a San Carlos lasciando solo Margherita a darmi una mano per il rientro. Ci concediamo una bella e davvero rilassante uscita a vela con la barca che procede da sola spinta da una brezza ideale e un tentativo finale di pesca (Margherita ha avuto clamorosi successi durante tutta la nostra crociera) che però questa volta ottiene solo di ingarbugliare nella lenza un grosso e aggressivo pellicano nel punto più rischioso del percorso.

All'ormeggio nel Marina

Resto di nuovo solo a Guaymas in attesa che tornino in barca Mariele e Nicoletta più oltre. Resterò solo a lungo.

L’estate qui arriva improvvisa. Da un giorno all’altro, letteralmente, all’inizio di giugno la temperatura si fa rovente. Dopo qualche giorno sono costretto a comprare un piccolo condizionatore d’aria per poter sopravvivere. I ratti, sul pontile peraltro pulitissimo, non soffrono il caldo e scorrazzano allegramente appena si fa buio. Il mio timore di riceverli a bordo non si avvera: sembra che preferiscano un’altra barca!

Le docce del marina sono una benedizione, peccato che lo siano anche per delle grosse grasse blatte tropicali.

Passo il tempo facendo piccoli lavori, per quanto il caldo me lo consenta, e chiacchierando un po’ con un paio di vicini. C’è anche un grosso yacht a motore che credo appartenga a un senatore americano e che viene lavato accuratamente ogni giorno da un giovane messicano che ama tenere la radio accesa ad alto volume suonando musica locale: è riuscito a farmela odiare con tutto il cuore!

Ho fatto anche amicizia con i piloti del porto che hanno la loro barca a motore alla radice del pontile e davanti ai quali passo più volte al giorno. Sono un po’ sfigati, poveretti! A un certo punto gli si guasta il motore e passano l’estate a cercare di ripararlo: quando più tardi farò alare la barca in secco non l’avranno ancora aggiustato. Recuperano un’altra barca, aperta, per continuare il lavoro che li porta ad uscire tre o quattro volte al giorno. Una mattina li trovo affranti mentre guardano quest’ultima ormai semiaffondata e trattenuta a galla solo dalle cime d’ormeggio. Presto loro la mia pompa di esaurimento a motore e li assisto nella messa in moto. Resto allibito quando mettono la presa di aspirazione in acqua mentre la barca ha ancora un fianco per metà sommerso e l’acqua di mare entra liberamente dal di sopra! Li fermo con difficoltà e cerco di spiegare che devono prima sollevare la barca in modo che non entri altra acqua. Mi guardano per un po’ senza capire, poi mi congedano con l’aria di quelli che non vogliono offendere lo straniero un po’ stupido che li sta disturbando…

Quando ripasso dopo un po’ sembra che abbiano capito e mi restituiscono comunque la pompa che hanno sostituito in qualche modo. Verrò a sapere il giorno dopo che la barca aveva perso una bella fetta di fondo: irrecuperabile.

Un’altra volta, andato a fare un giro in canotto al largo, ammiro da vicino la migrazione di una numerosa famiglia di mante che attraversano il golfo di Guaimas saltando fuori dall’acqua.


Mante volanti

È passato un intero mese. Tutti quelli, ed erano tanti, che avevano mostrato grandissimo interesse per venire a navigare su “Best Explorer” da queste parti si sono eclissati. Non è la prima né l’ultima volta che accade. Sono spiaciuto per loro, sono occasioni che non si ripeteranno. Alcuni di loro verranno con noi più avanti, ma luoghi affascinanti come questi si trovano difficilmente e venirci con barche a noleggio, almeno nella nostra esperienza, non è la soluzione più soddisfacente.

Vado in auto ad accogliere Nicoletta e Mariele all’aeroporto, a Hermosillo, a centocinquanta chilometri. Ho così l’occasione di essere pescato in eccesso di velocità (sarà stato vero?) proprio vicino all’aeroporto (!), cavandomela con la richiesta di mille pesos, meno di cinquanta euro, ridotti poi a cinquecento e senza che venga rilasciata alcuna ricevuta…


Tramonto a Bahia Angel de la Guardia

Ripercorriamo una rotta simile a quella della gita precedente, dopo aver ripulito carena ed elica da incredibili concrezioni di vermi calcarei che avevano rapidamente formato uno stato spesso diverse dita tutto intorno. La diversa stagione ha portato cambiamenti significativi nella fauna marina. Non ci sono più leoni marini, meduse, pellicani e noiosi moschini. In compenso incontriamo molti capodogli. Assistiamo a una spettacolosa manifestazione di fosforescenza notturna in una baia protetta dove abbiamo anche il piacere di ricevere un trattamento solleticante, gratuito e completo di pulizia dei piedi nell’acqua bassa fatto da branchi di pesciolini famelici.

Questa volta, visto che la stagione porta più frequentemente venti meridionali, ci ancoriamo al riparo di una piccola rada nell’isola a metà canale che avevamo sfiorato di notte nel rientro precedente. La traccia del GPS, ora che possiamo verificarla visivamente, ci conferma che eravamo passati a poco più di un centinaio di metri da pericolosi scogli affioranti.


Deserto a Bahia San Francisquito

Facciamo anche nuovamente visita alla baia di San Francisquito che non ci aveva entusiasmato la volta scorsa, ma ora ci accolgono già al suo ingresso una megattera e delle mante. Ancoriamo all’interno di una sacca nascosta che avevamo trascurato in passato. Il luogo è meraviglioso nella sua assoluta solitudine. Passeggiamo nel deserto retrostante osservati soltanto dagli avvoltoi, senza temere troppo di diventare il loro pasto, cercando sempre di non allontanarsi dalla costa: deve essere assai facile perdersi nell’interno! Due pescatori da diporto appena arrivati ci regalano anche una grossa cernia: senza Margherita la barca non ha più chi ci rifornisca di pesce!

L’ultima emozione ce la regala il cantiere che deve alare la barca in secca: Il travel lift mostra di cedere sotto il peso e interrompe l’operazione appena in tempo. Ma io sono sicuro del dislocamento di “Best Explorer”, contrariamente alle asserzioni del capo cantiere.

Mi devo fidare di lui e del personale del Marina perché alino in altro modo la barca in mia assenza e così, con un po’ di ansia residua, torniamo tutti e tre insieme in Italia fino alla primavera prossima: mentre eravamo in barca abbiamo abbozzato un piano per il futuro di “Best Explorer”: traversata del Pacifico fino in Australia o giù di lì, con visita alle isole Galapagos! Il ritorno in Europa si allontana di molto.

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26/11/2020